L'avaro

Arpagone re dei “malamente”: è ”L’avaro” di Cirillo

L’attore e regista partenopeo giganteggia nel classico di Molière, che solo ora, a tre anni dal debutto, giunge a Milano. Bravissimi tutti gli interpreti ma è soprattutto l’allestimento scenico a lasciare il segnoRenato Palazzi

Per quelle strane distorsioni del mercato che sono tipiche del sistema teatrale italiano, capita che uno spettacolo importante come L’avaro di Molière nell’esemplare messinscena di Arturo Cirillo arrivi a Milano con oltre tre anni di ritardo rispetto a quando fu visto e apprezzato in occasione della “prima” al Teatro Mercadante di Napoli. Ed è un vero peccato, perché tre anni, teatralmente parlando, sono tanti, un pezzo di vita: gli spettacoli, seppure riproposti con immutato rigore, impercettibilmente invecchiano. E comunque il pubblico milanese è stato a lungo privato di un approccio all’opera molieriana che, a suo tempo, aveva giustamente fatto testo, riscuotendo ampi consensi.

La prima cosa che colpisce, di questo Avaro attualmente in scena al Carcano, è la scenografia di Dario Gessati: a fare da sfondo all’azione non è una casa accogliente, ma una sorta di corridoio disadorno, una sequenza di gelide arcate quadrate, dai muri nudi che paiono fatti di cemento armato: un cunicolo desolato affacciato sul buio, come un cupo scantinato, o un bunker, o un pezzo di edificio in costruzione. Le arcate, all’occorrenza, si spostano sul loro asse orizzontale, creando prospettive sghembe, distorte. Non ci sono arredi di qualunque tipo, per cui i personaggi possono solo stare in piedi, in una situazione di provvisorietà che, di per sé, contiene e riassume il senso di un’intera regia.

Anche i costumi – di Gianluca Falaschi – hanno qualcosa di ibrido, di non pienamente finito: sono in gran parte degli abiti dal taglio vagamente secentesco, appena un po’ modernizzati, ma tutti dotati in qualche modo di tinte cangianti, tutti caratterizzati dal fatto di mostrare, nella parte alta, una certa colorazione che via via, scendendo verso il basso, si sfuma e si trasforma gradualmente in un colore completamente diverso. Anche l’aspetto fisico dei personaggi, dunque, sembra assumere un che di ambiguo, di precario, come se fossimo di fronte a delle crescite incompiute, a individui rimasti a metà di una loro evoluzione.

Il testo, nella smagliante traduzione di Cesare Garboli, viene ampiamente asciugato, ma senza perdere alcunché della sua efficacia dimostrativa. La lingua, nella scia delle messinscene molieriane di Carlo Cecchi – che di Cirillo è il maestro riconosciuto, e qui ancor più riconoscibile rispetto ad altre, precedenti occasioni – è appena un po’ napoletanizzata, quel tanto che basta per modellarla con naturalezza sugli eccellenti interpreti. L’impronta è farsesca, con posticci e travestimenti, attori che si moltiplicano a vista in vari ruoli, attrici che incarnano buffe figurette maschili: ma è pur sempre una farsa nera, sull’orlo della tragedia, come solo nella tradizione partenopea si riesce a fare.

La regia di Cirillo non manca di trovate aguzze, pungenti: ci sono guizzi di una comicità ferocemente irresistibile, come nella scena in cui il figlio Cleante lotta con Arpagone, cercando di strappargli il suo anello per costringerlo a farne dono alla ragazza oggetto dei desideri di entrambi, Mariana. E c’è la bellissima invenzione dell’agnizione finale – quando il servo Valerio si scopre figlio del nobile e ricco Anselmo, nonché fratello di Mariana – eseguita senza pronunciare una parola, unicamente a gesti: è come se i destini di tutti questi personaggi si smaterializzassero, diventassero un fantasma teatrale, una pura citazione, mentre l’unica realtà oscenamente concreta è la presenza di Arpagone stretto alla sua cassetta.

Ma il nucleo portante dello spettacolo è soprattutto il trascinante exploit interpretativo dello stesso Cirillo, qui scatenato come probabilmente non lo si era mai visto: c’è una crudeltà lucida, attualissima, e insieme una sorta di esaltazione istrionica quasi ottocentesca in questo suo Arpagone tutto sopra le righe, scuro, scarmigliato, grottescamente ricurvo a evocare non la debolezza, ma la spietata avidità della vecchiaia. I suoi compagni, Monica Piseddu, Sabrina Scuccimarra, Michelangelo Dalisi, i divertenti Salvatore Caruso e Giuseppina Cervizzi sono tutti bravissimi, ma possono solo fare da contorno a questo mostriciattolo ripugnante, cattivo, fisicamente consunto ma ostinatamente capace di succhiare l’energia dei giovani, dei figli, sinistro emblema di una società dove si consuma una truce sopraffazione generazionale.

Visto al Teatro Carcano di Milano. In scena fino al 13 aprile 2014

"L'AVARO" – con Arturo Cirillo

L’avaro
di Moliere
traduzione di Cesare Garboli
regia Arturo Cirillo
Con Arturo Cirillo (Arpagone), Michelangelo Dalisi (Cleante), Monica Piseddu (Elisa) Luciano Saltarelli (Valerio), Antonella Romano (Mariana), Salvatore Caruso (Anselmo – Saetta – Fildavena), Sabrina Scuccimarra (Frosina), Giuseppina Cervizzi (Mastro Simone – Baccalà – Commissario), Rosario Giglio (Mastro Giacomo)
scene di Dario Gessati
costumi di Gianluca Falaschi
disegno luci di Badar Farok
musiche di Francesco De Melis
produzione Teatro Stabile di Napoli – Teatro Stabile delle Marche