Punta Corsara, un dirompente Hamlet travestie

In meno di quattro anni gli allievi del corso di teatro tenuto a scampia si sono trasformati in travolgenti attori professionisti. Merito della loro tenacia, dei maestri che li hanno accompagnati e di un regista, Emanuele ValentiRenato Palazzi


La compagnia di Punta Corsara rappresenta un caso unico, forse irripetibile nel panorama del teatro italiano: fino al 2010 i giovani attori che la compongono erano allievi dei corsi di formazione nati per dare prospettive di riscatto creativo ai ragazzi del turbolento quartiere di Scampia. In neanche quattro anni questi ragazzi – provenienti da contesti spesso difficili – sono approdati a una travolgente professionalità, esprimendo un’energia, una sicurezza dei propri mezzi che farebbero invidia a tanti attori di lungo corso.

Questa crescita così veloce, questa sorprendente evoluzione è senza dubbio merito del loro entusiasmo, della loro dedizione, e di un di più di passione che deriva dall’avere dovuto reagire a condizioni di partenza non certo favorevoli alla valorizzazione dei talenti. Ma è anche merito dei maestri che hanno avuto, e soprattutto di un regista, Emanuele Valenti, che con mano ferma li sta guidando a esiti artistici del tutto imprevedibili.

Se già alcuni dei loro precedenti spettacoli erano autentici gioielli – soprattutto Petitoblok, secondo il mio parere personale – questo Hamlet travestie che ha debuttato in prima nazionale al festival Primavera dei Teatri di Castrovillari porta le caratteristiche del gruppo e le qualità dei singoli interpreti a un livello per molti aspetti esemplare. Lo spettacolo è la versione compiuta di uno “studio” presentato l’anno scorso al festival Tfaddal del Teatro Franco Parenti, che ha invitato tredici formazioni under 40 a realizzare altrettante variazioni sul tema dell’Amleto. Già quell’assaggio era riuscito a conquistare il pubblico: ma il risultato definitivo ha un effetto davvero dirompente.

Gli autori, lo stesso Valenti e l’attore Gianni Vastarella, con la collaborazione drammaturgica di Marina Dammacco, hanno lavorato, oltre che sull’originale shakespeariano, su una parodia settecentesca dell’inglese John Poole, contaminando il tutto con un geniale testo della tradizione napoletana, il Don Fausto di Antonio Petito. È soprattutto quest’ultimo, incentrato su un tale che si crede Faust, e sulla sgangherata messinscena della vicenda goethiana allestita, per farlo rinsavire, da una compagine di guitti di provincia, che ha ispirato l’operazione di Punta Corsara.

Anche nell’Hamlet travestie abbiamo una famiglia napoletana di oggi, che fa di nome Barilotto ed è alle prese con vari problemi: un marito-padre morto, i debiti da pagare a un losco strozzino che minaccia ritorsioni, e per giunta un figlio che a causa del nome, Amleto, appunto, è convinto di essere il principe di Danimarca. Per guarirlo, i parenti danno ascolto a un certo Don Liborio – un pasticcione, detto non a caso o’ Professore – che masticando un po’ di cultura li induce a riprodurre situazioni dell’Amleto, identificandosi a loro modo coi personaggi scespiriani, nella speranza di produrgli uno choc salutare.

Clou della dissennata rappresentazione è ovviamente l’apparizione dello spettro, incarnato da tre improbabili figure issate su un carrello, uno avvolto in un mantello rosso, uno nascosto dietro un vetro opaco che egli stesso regge in mano, e Don Liborio che bercia in un megafono «sono lo spettro di tuo padre», insinuando d’essere stato ucciso dal fratello allo scopo di impadronirsi della sua bancarella da ambulante. Ma c’è anche il finto matrimonio tra la vedova e lo zio, «Discorso! Discorso!», il confronto di Amleto con la madre, nel corso del quale lui crede di strangolare Don Liborio-Polonio, e il presunto suicidio di Ofelia, cui si presta a dare vita, con scarsissima convinzione, la svampita Ornella, figlia del Professore e fidanzata pop del povero mentecatto.

Nella nitida regia di Valenti tutti questi personaggi, stagliati nel vuoto di un astratto sfondo nero, sono trasformati nelle coloratissime macchiette di un vivido affresco collettivo, dove però ciascuno ha una propria fisionomia, un proprio tratto peculiare. Attraverso le chiavi della farsa – che non è mai solare, ha sempre una valenza acre, urticante – si accostano a Shakespeare nell’unico modo possibile, impossessandosene, assimilandolo – anche linguisticamente – alla propria cifra stilistica, calandolo in un dialetto impervio, serrato, di ardua decifrazione, strapazzandolo senza in fondo mancargli di rispetto, o meglio rispettandolo proprio nell’approccio all’apparenza irriguardoso.

Il fantasma dei classici traccia anche la via che conduce a una distorta contemporaneità: come è evidente dalla scena della spiaggia, quelle figurette stralunate, superficiali, chiassose, vestite vistosamente, facile preda di ogni moda sono l’emblema di un degrado dei nostri tempi, lo specchio di un’umanità che ci sta intorno. Non manca neppure un riferimento alla malavita organizzata: nell’epilogo, amarognolo, la trovata del Professore ha infatti un esito disastroso, Amleto rinsavisce solo per piombare in una follia ancora più pericolosa, che lo spinge a compiere davvero un omicidio, uccidendo lo strozzino cui i Barilotto devono dei soldi. Così lui finisce in galera – «la Danimarca è una prigione» – e l’intera famiglia dovrà scappare per sfuggire alla camorra.

Della regia di Emanuele Valenti si è già detto: non è solo funzionale al progetto, ha un segno forte, ormai inconfondibile. E i bravissimi attori, pur nell’impegno corale, vanno ricordati a uno a uno: la prorompente Giuseppina Cervizzi, che è Amalia, la madre, Christian Giroso, esilarante zio, demenziale spettro paterno, Carmine Paternoster, il figlio di Don Liborio, l’unico esterno all’ensemble, Valeria Pollice, l’irresistibile fidanzata. E poi, a parte, l’intenso, pensoso Amleto di Gianni Vastarella, avvolto nella sua coperta patchwork come Linus, e il trombonesco Don Liborio dello stesso Valenti.

Visto al Festival Primavera dei Teatri di Castrovillari

Hamlet travestie
di Emanuele Valenti e Gianni Vastarella
regia e spazio scenico: Emanuele Valenti
dramaturg: Marina Dammacco
disegno luci: Giuseppe Di Lorenzo
con: Giuseppina Cervizzi, Christian Giroso, Carmine Paternoster, Valeria Pollice, Emanuele Valenti, Gianni Vastarella

  1. “Questa crescita così veloce, questa sorprendente evoluzione è senza dubbio merito del loro entusiasmo, della loro dedizione, e di un di più di passione che deriva dall’avere dovuto reagire a condizioni di partenza non certo favorevoli alla valorizzazione dei talenti. Ma è anche merito dei maestri che hanno avuto, e soprattutto di un regista, Emanuele Valenti, che con mano ferma li sta guidando a esiti artistici del tutto imprevedibili”
    Queste bellissime e verissime parole, anche se non citano il nostro lavoro, mi riempiono di orgoglio,
    Dal 2012 la 369gradi, produzione di cui guido la direzione artistica è la casa produttrice di Punta Corsara, Compagnia nella quale abbiamo creduto e investito sino a produrre completamente il lavoro di Hamlet Travestie.
    La consapevolezza di aver portato avanti questa “sorprendente evoluzione” anche grazie ad una sponda produttiva è sicuramente riconosciuta dalla Compagnia che oggi ha siglato un nuovo percorso triennale con la 369gradi.
    Piacerebbe vedersi riconoscere questo lavoro anche al di fuori, anche negli articoli, e non è solo una questione di ego. L’apparato produttivo è quello che se esiste garantisce una stabilità nel lavoro artistico, favorisce la creatività, genera l’ambiente ideale per sviluppare il proprio potenziale.
    L’apparato produttivo è quello che viene riconosciuto dal Ministero, e che dal nuovo Decreto ancora di più viene responsabilizzato alla creazione di valore artistico che diventi eccellenza in questo paese. E’ una grande responsabilità quella del Produttore, e sarebbe importante iniziare a citare questa responsabilità anche negli organi di comunicazione. Ci aiuterebbe di più a dimostrare il valore del nostro lavoro, ad utilizzare queste capacità che non sono scontate anche nel reperire nuovi fondi, per esempio nel settore privato, nel creare una solidità economica che ad oggi è molto difficile da costruire ma che è necessaria per portare a casa “sorperendenti evoluzioni”

    Valeria Orani
    direttore artistico
    369gradi srl

    • Gentile Valeria, la ringrazio del suo commento. In un singolo articolo non è sempre possibile affrontare tutti gli aspetti che compongono il “dietro le quinte” di uno spettacolo, anche perché non è questo l’obiettivo principale di una recensione. Le posso assicurare che, per quanto possibile, ogni volta che le informazioni relative alla produzione di uno spettacolo sono disponibili in cartellone noi le riportiamo fedelmente, proprio perché conosciamo bene qual è il ruolo fondamentale di chi finanzia e agevola la nascita di uno spettacolo o di una compagnia. In questo caso ha colmato lei questa lacuna, dandoci anche una notizia. La ringrazio. Enzo Fragassi