Anagoor, "Lingua imperii"

Nuovo teatro: la fatica di diventare adulti

Il mondo del teatro più innovativo vive un momento di passaggio. Esaurita la prima ondata di entusiasmo, gruppi come Codice Ivan, Quotidiana.com, Teatro Sotterraneo, Babilonia Teatri, Anagoor stanno affrontando, con esiti diversi, una delicata fase di consolidamento. Con quali esiti e prospettive?Renato Palazzi

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Roberto Scappin (Quotidiana.com)
Babilonia teatri
Tindaro Granata
Stratagemmi
Massimo Marino su BOBlog
Simone Nebbia su TeatroeCritica

Diversi indizi mi inducono a pensare che una certa parte del nuovo teatro stia vivendo un delicato momento di passaggio. In questi anni abbiamo assistito all’impetuoso affacciarsi di una quantità di giovani gruppi che, con la loro prorompente vitalità, hanno suggerito la prospettiva di un imminente ricambio generazionale. Esaurita l’ondata di entusiasmo che li aveva spinti nelle loro fasi iniziali, occorre ora che molti di questi gruppi facciano i conti con una realtà che impone scelte sempre più impegnative. Non ho seguito passo passo le sorti di ognuno di essi, ma ho l’impressione che, rispetto ai pochi che si stanno saldamente affermando, tanti altri tendano a perdersi in percorsi complessivamente piuttosto frammentari.

Sere fa sono andato al Teatro Litta di Milano, dove Codice Ivan presentava – nel programma della rassegna Apache – una nuova versione del suo lavoro sul Requiem di Mozart, visto e apprezzato la scorsa estate al festival Drodesera: questo ulteriore approccio allo stesso tema portava una firma estranea al gruppo, quella di Luca Camilletti, e voleva essere il primo esito di un singolare progetto di sperimentazione, all’interno del quale le suggestioni connesse al Requiem verranno affrontate da cinque registi diversi, ciascuno col proprio stile, col proprio punto di vista.

Il rifacimento, francamente, mi è parso più debole dell’originale, e il rischio di fare passi indietro, per un gruppo fra i più rappresentativi della sua generazione, non sembra molto costruttivo. Ma fosse anche andato benissimo, resterebbe a mio avviso qualche interrogativo non da poco: se il progetto, sulla carta, è affascinante, che fare poi di quelle cinque versioni? Presentarle negli stessi teatri tutte insieme, in una lunga maratona? Ma quale teatro si accollerebbe un’impresa del genere? Oppure proporre le singole versioni a teatri diversi? Ma ne varrebbe la pena? Non sarebbe un’inutile dispersione di energie e di risorse?

Mi soffermo sul caso di Codice Ivan non per accanimento nei confronti di questa interessante formazione, ma perché credo che la vicenda sia emblematica di un fenomeno più generale. Ho condiviso, in questo sito, l’appello dei Quotidiana.com sul “teatro assente”. Continuo a pensare che i responsabili degli organismi teatrali più o meno stabili, più o meno istituzionali abbiano gravi responsabilità nel rallentare il ricambio e nel non riconoscere certi processi di innovazione da tempo in atto. Qualcosa, però, mi fa sospettare che una certa parte del “teatro assente” sia assente anche perché fa poco per essere presente, per cercare di conquistarsi con le proprie forze degli spazi più adeguati.

Leggi l’intervento di Roberto Scappin (Quotidiana.com)

Temo che permanga, in ampi strati di questo fronte teatrale, una sindrome da premio Scenario, la tendenza a risolvere argomenti impegnativi in spezzoni ridotti ai fatidici venti minuti, “studi” preparatori, esperienze in divenire che palesemente non porteranno da nessuna parte. Io stesso, che di questa generazione sono sempre stato un convinto fiancheggiatore, se dirigessi un teatro certe creazioni non le prenderei neppure in considerazione, sarei convinto di non rendere un buon servizio prima di tutto a chi le propone. Vedrei il rischio di bruciare un intero movimento.

Stiamo arrivando, a mio parere, a uno snodo decisivo, in cui o si cresce, o sarà impensabile conquistare la forza contrattuale per accedere a pieno titolo al mercato teatrale. Se farsi notare con qualche brillante exploit è relativamente semplice, i processi di crescita sono notoriamente la cosa più difficile da affrontare. In questi anni, seguendo un andamento in qualche modo ricorrente, c’è chi – come i Babilonia Teatri, gli Anagoor, Fibre Parallele – è nettamente cresciuto e ha ormai acquisito un’attenzione nazionale. C’è chi, come il Teatro Sotterraneo, dopo avere mostrato un grande ingegno inventivo si è trovato di fronte a problemi interni che ne hanno reso il cammino più sofferto e travagliato. E c’è chi non si è troppo discostato da una certa sua cifra iniziale, non avendo trovato, evidentemente, la strada per andare avanti.

È esemplare, in questo senso, anche per la coerenza che dimostra, il caso estremo ma indicativo dei Pathosformel, che non essendo riusciti a individuare prospettive di ulteriore evoluzione hanno deciso di “sparire”, di uscire dalla scena teatrale.

A questo punto, però, è necessario provare a definire che cosa significhi crescere, un concetto che varia a seconda dei punti di vista, dell’età, delle condizioni da cui si parte, degli obiettivi, delle risorse disponibili. C’è, ovviamente, un primo grado di crescita per certi versi naturale, che è quello derivante da una pratica costante del teatro, dall’acquisizione, attraverso un continuo apprendistato, di una sempre maggiore padronanza dei propri mezzi, indipendentemente da quali siano le finalità estetiche perseguite. È un aspetto importante, ma non basta a garantire quello scarto senza il quale non si accede alla normale programmazione dei teatri. Proverò qui a individuare alcuni fattori per me rilevanti a questo scopo: ma si tratta pur sempre di impressioni personali, su cui sarebbe comunque utile aprire un’ampia discussione.

Vorrei notare, in primo luogo, che gli aspetti numerici, quantitativi non sono in sé decisivi, ma hanno sicuramente un loro peso. Delle corte durate, dell’esilità, dell’incompiutezza già si è detto: ci sono schegge di teatro, magari affascinanti, che possono trovare riscontro nel recinto protetto di un festival, ma che fuori di lì, onestamente, deluderebbero e scoraggerebbero anche le platee più disponibili. Lo stesso discorso si potrebbe fare sugli organici eccessivamente ridotti: passare dalla performance solitaria o affidata a un esiguo numero di esecutori a una dimensione più vasta e corale, che coinvolga una molteplicità di soggetti, non è strettamente indispensabile, ma aiuta spesso a rendere più complessa e stratificata la propria gamma espressiva.

Gli Anagoor, in Lingua imperii, sono straordinariamente cresciuti anche perché al nucleo originario hanno aggiunto altri attori, i musicisti, i trascinanti canti armeni. I Babilonia Teatri hanno spezzato il cerchio chiuso di uno stile che poteva diventare ripetitivo dirigendo un coro di dieci ragazzi in This is the end my only friend the end, tappa preparatoria del bellissimo The end, e interagendo con le tre persone uscite dal coma protagoniste di Pinocchio. Il duo Fagarazzi & Zuffellato ha fornito le sue prove più mature ponendo al centro della scena i dieci spettatori reclutati prima dell’inizio di Enimirc, o lavorando coi pazienti di un centro di assistenza psichiatrica in Kitchen of the future.

Leggi l’intervento di Babilonia teatri

Le aperture, le contaminazioni sono sempre preziose e vitali: l’idea di un progetto sulla Prima Guerra Mondiale che nasce dalla collaborazione fra il Teatro Sotterraneo e il regista lettone Valter Silis – il cui esito verrà presentato nella prossima edizione del festival di Santarcangelo – mi sembra appassionante. Ed è un vero peccato che sia sfumata l’occasione di far misurare Cristiana Minasi e Giuseppe Carullo con una commedia di Eduardo, Dolore sotto chiave, diretta da Francesco Saponaro, in un contesto di grande risonanza come il festival di Napoli: da questo accostamento avrebbero potuto guadagnarci sia loro che il testo di Eduardo.

Poi, certo, esistono anche esperienze dove la quantità degli interpreti alla ribalta incide poco, come nel caso dei Quotidiana.com, i cui raffinati deliri a due puntano sullo spessore beffardamente filosofico dei dialoghi, sugli stralunati scambi di battute, sulle perfidie di una satira gelidamente surreale. I loro sono spettacoli quasi “da camera”, la cui natura non cambierebbe troppo con l’aggiunta di altre figure (anche se forse, alla distanza, cercare il respiro di una pièce più strutturata, in una linea di teatro dell’assurdo, potrebbe essere uno sbocco per Paola Vannoni e Roberto Scappin).

Quest’ultimo argomento ci porta in pieno a soffermarci sulla questione della drammaturgia. Quello praticato oggi è un teatro mirato per lo più a un’autonoma scrittura scenica, che tende a escludere la mera rappresentazione di testi preesistenti: però un libero utilizzo di corposi materiali letterari non pregiudica questa scelta, conferisce anzi un’ulteriore densità al percorso intrapreso: per tornare agli Anagoor, la felice riuscita di Lingua imperii dipendeva anche dal fatto di utilizzare brani di autori di forte presa e teatralmente non scontati, come W. G. Sebald o Jonathan Littell, mentre il nuovo lavoro, Virgilio brucia, attinge fra l’altro a opere di Hermann Broch, Emmanuel Carrère, Danilo Kiš. I Menoventi, ne L’uomo della sabbia, lo spettacolo che ha dato loro più risonanza, partivano da un racconto di Hoffmann, Carullo e Minasi, in T/Empio critica della ragion giusta, prendevano le mosse addirittura dall’Eutifrone di Platone.

Può essere, talora, un esercizio non gratuito quello di reinventare e rapportare a se stessi un copione altrui, come avevano fatto i Babilonia Teatri con Terminus di Mark O’ Rowe o Fibre Parallele con Have I none di Edward Bond. Ma l’autore, altre volte, non occorre neppure citarlo direttamente, basta un richiamo al suo pensiero per farne un punto di riferimento: è ciò che avveniva con Darwin ne L’origine della specie, la seconda parte del “dittico” che, con Dies irae, cinque episodi intorno alla fine della specie, ha segnato il punto d’arrivo finora più alto del Teatro Sotterraneo: in quel doppio spettacolo il gruppo fiorentino aveva espresso – pur senza rinunciare all’informalità del proprio stile – una tale profondità di riflessione, e una tale capacità di mescolare quest’ultima con un’inesauribile gamma di tecniche diverse, dal linguaggio dei videogame all’uso degli sms per comunicare col pubblico in sala, che difficilmente avrebbe potuto ripetere subito un simile exploit. E infatti dopo era venuto il provocatorio Homo ridens, intelligente, ma non paragonabile all’impegno precedente.

Il teatro attuale, si sa, preferisce evitare di raccontare storie dal senso compiuto, e in gran parte sono d’accordo: la scena è un luogo di sintesi simboliche, per chi cerca delle forti trame narrative certamente è meglio il cinema. Va detto, però, che le aspettative si stanno a poco a poco spostando: in questi ultimi anni si è formato un pubblico che, a quanto pare, apprezza meno certe sottili elucubrazioni mentali, e sembra invece preferire qualcosa di più vicino alla vita: Tindaro Granata, per il suo Invidiatemi come io ho invidiato voi, senza rinunciare a una sintassi molto “contemporanea” si è addirittura ispirato a un fatto di cronaca nera, il caso di una bambina stuprata e uccisa dall’amante della madre, e ciò che ne ha tratto è risultato assai avvincente.

Leggi l’intervento di Tindaro Granata

Resta infine da segnalare quello che è forse il punto più opinabile di questo excursus, anche se per me, dal punto di vista generazionale, è probabilmente molto qualificante, una sorta di passaggio obbligato: la necessità di misurarsi, prima o poi, con un classico. Un classico da affrontare alla propria maniera, secondo i propri strumenti e i propri orientamenti, un’opera di Eschilo o di Shakespeare o di Cechov alla quale accostarsi non come a un testo da seguire, ma come a un mito del teatro con cui mettersi in relazione. È comunque un’esperienza che acuisce la consapevolezza di sé, inducendo a confrontarsi col presente e col passato. È ciò che hanno fatto, in una fase decisiva del loro cammino, l’ex-Falso Movimento o gli ex-Magazzini Criminali, è ciò che hanno fatto anni dopo i Motus, per citare solo qualche caso. Nella scorsa stagione, il Teatro Franco Parenti ha organizzato un piccolo festival in cui tredici gruppi under 40 sono stati invitati a ideare altrettante variazioni sull’Amleto, mettendo in mostra alcuni approcci molto interessanti, come quelli di Vincenzo Schino o di Andrea Baracco. Il Teatro Sotterraneo ne ha ricavato uno degli episodi di Be legend!, un “progetto seriale” ancora in fase di costruzione, la compagnia di Punta Corsara il suo Hamlet travestie, ormai arrivato al debutto.

Sono dunque, anche queste, delle utili indicazioni sulle possibili direzioni in cui crescere e darsi un’identità più definita. Ma le ho inquadrate dalla particolare prospettiva dell’osservatore esterno, che è ben diversa dalla prospettiva di chi il teatro lo deve vivere sera per sera, e di cui – a questo punto – sarebbe importante raccogliere le opinioni.

3 commenti su “Nuovo teatro: la fatica di diventare adulti

  1. Da appassionato di teatro, a Milano, a febbraio, ho visto lo spettacolo di Tindaro Granata su quel caso di pedofilia. Sconcertante. Non sono riuscito ad applaudire, tanto mi ha scosso. Non so se si può definire bello, se magari l’aggettivo bello sia irrispettoso riferito alla vicenda trattata, ma è la prima volta che mi “porto dentro” uno spettacolo, dopo quasi quattro mesi dalla visione. E’ questo il nuovo teatro? Noi spettatori eravamo attratti e attenti, non so, vederlo ha fatto male, ma è stato necessario, quindi speriamo di sì, che sia questo l’investimento che faranno sui giovani gruppi. Complimenti a tutti. Non ho visto gli altri gruppi citati, me ne rammarico, lo farò alla prossima occasione.
    Silvio Maino

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