Jesus

Babilonia lancia la sfida a… Jesus

Dopo aver affrontato con “Lolita” un tema scabroso come la pedofilia, i Babilonia Teatri hanno deciso di accostarsi col loro modo personale di fare teatro al tema religioso, visto però dal lato della sua degenerazione consumisticaRenato Palazzi

Dopo essersi occupati, nel loro precedente spettacolo, Lolita, di un tema scabroso come quello della pedofilia, i Babilonia Teatri affrontano in Jesus un’altra materia enorme, delicatissima, difficilissima da inquadrare come quella del rapporto della nostra società con l’icona massima della cultura cristiana. Non è una scelta che mi appassioni, ma è comunque una dimostrazione di grande coraggio, e di notevole fiducia nella propria capacità di superare ogni sorta di problemi e ostacoli. Perché hanno deciso di mettersi alla prova impegnandosi su un tema che sicuramente li espone a contrasti e prese di distanze? Perché, evidentemente, lo ritengono una questione cruciale del nostro tempo, tanto dal punto di vista di chi crede quanto da quello di chi non crede.
Valeria Raimondi ed Enrico Castellani, i due attori-autori cui si è aggiunto per l’occasione un terzo ideatore, il drammaturgo e sceneggiatore Vincenzo Todesco, fedeli a un collaudato stile pop evitano ovviamente qualunque approccio teorico-filosofico, entrando invece intelligentemente nel merito della loro trattazione da una molteplicità di prospettive per così dire collaterali: si va dalle reazioni, dalle indicazioni, dai consigli non richiesti di amici e conoscenti durante la preparazione (con un’invadenza, dicono loro, che non si era mai verificata per nessun precedente spettacolo) alla scelta stessa del titolo: «Gesù fa tenerezza / fa oratorio», «Cristo è per adulti / per gente che ha studiato» mentre Jesus «è più internazionale / più figo / più accattivante».

Sembrano divagazioni, osservazioni marginali, invece sono il personale modo dei Babilonia di accostarsi all’argomento, di illustrare la diffusione di un pensiero, di un sentimento, di un ideale attraverso il suo manifestarsi nei mass media, nelle mode, in un assommarsi di piccoli dettagli della vita quotidiana. Non a caso la loro tipica cifra espressiva resta quella delle incalzanti elencazioni: «Jesus è il nome del fidanzato di Madonna / Jesus è un paio di jeans / Jesus è una miniserie televisiva / Jesus gioca nell’Inter», mentre papa Bergoglio è un volto da copertina sugli scaffali dell’autogrill, «francesco vita e rivoluzione / preghiamo con francesco / papa francesco il papa si racconta / i racconti di papa francesco / papa francesco la vita e le sfide».

Lo spettacolo, presentato al festival “Vie” di Modena, era già andato in scena in forma di studio a Short Theatre, con esiti controversi, e qualche eccessiva stroncatura. Per quanto mi riguarda, ne ho apprezzato l’atteggiamento sostanzialmente equidistante rispetto al problema della fede, con sguardo critico sulle gerarchie ecclesiastiche, sulla dottrina, sui dogmi imposti, e l’implicita perorazione di una spiritualità ingenua, infantile, fonte di sensazioni primarie. «Credo nelle chiese di pietra / credo nel mistero / nel dubbio / nel bisogno / nell’invocazione d’aiuto / credo nelle chiese di pietra / credo nei loro affreschi / nelle loro pale / dove la favola della creazione emoziona…». Più retorica, dato il contesto, la citazione del Cantico delle creature.

Mi è parso soprattutto interessante lo sforzo dei Babilonia di fare di Jesus uno spettacolo non sulla religione in sé, che sarebbe stato un obiettivo eccessivamente ambizioso, ma sul consumismo religioso, così come The end era uno spettacolo sul consumismo della morte. È sicuramente questa la chiave che più si addice al linguaggio del gruppo, a quel suo tono sempre aguzzo e sferzante. E infatti il brano più significativo è a mio avviso quello intitolato Paradiso subito, in cui si rivendica – come uno slogan, o un diritto sindacale – un «paradiso subito, paradiso per tutti », si chiede la chiusura dell’inferno e un Dio che non entri nella privacy dei peccatori, che anzi abolisca il concetto stesso di peccato. Si chiede un Gesù innocuo, imbalsamato, my personal Jesus.

Nel copione non mancano altri pezzi di forte impatto, come quello in cui Ettore, il figlio di tre anni dei due attori, facendo il presepe scopre l’esistenza e l’inevitabilità della morte, il fatto che un giorno colpirà fatalmente anche i nonni, anche i genitori, anche tutti i parenti e gli amici: le sue domande, i suoi angosciati interrogativi non possono di sicuro lasciare indifferenti. L’impressione complessiva è però di una certa leggerezza, forse troppa, come se un tema di quella portata non potesse essere risolto soltanto trasversalmente, ma esigesse almeno un unico momento di riflessione più densa e corposa, un’azione che davvero lasci il segno, un’invenzione che colpisca duro. C’è da sperare che essa possa maturare nel corso delle repliche.

La messinscena è spoglia, essenziale, nella consueta linea della compagnia, seppure forse in questo caso un po’ più scarna del solito: ma l’apparizione alla ribalta del piccolo Ettore, il suo aggirarsi giocherellando spensieratamente sotto gli occhi del pubblico ha comunque un effetto insolitamente struggente.

Visto al Teatro Ermanno Fabbri di Vignola nell’ambito di VIE Festival. Il 25 e 26 ottobre al Teatro Olimpico di Vicenza. Il 29 ottobre al Teatro Cavallerizza di Reggio Emilia. Foto Marco Caselli Nirmal.

 

Jesus
di Valeria Raimondi, Enrico Castellani e Vincenzo Todesco
parole di Enrico Castellani
scene: Babilonia Teatri
luci e audio: Babilonia Teatri / Luca Scotton
costumi: Babilonia Teatri / Franca Piccoli

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