Natale in casa Cupiello

Natale in casa Cupiello secondo Antonio Latella

Il “Natale in casa Cupiello” di Antonio Latella è uno spettacolo denso di possente simbologia. A patto di coglierne l’insieme, quel clima di generale pessimismo e di furore senza tregua che punta a far risaltare le componenti aspre, “nere”, crudeli di un grande autore come EduardoRenato Palazzi

A pochi minuti dalla fine del Natale in casa Cupiello di Antonio Latella, mentre il protagonista, provato dai conflitti famigliari da lui inconsapevolmente causati, sta agonizzando, Tommasino, il figlio cui chiedeva di continuo «Te piace ‘o presepe», e che puntualmente gli rispondeva «No, nun me piace», invece che ricredersi commosso per la condizione del padre malato prende un cuscino e glielo preme sul volto, soffocandolo. È un gesto di feroce pietà, o di odio lungamente represso? Conta poco saperlo, è comunque un gesto estremo, non previsto dall’autore, che la dice lunga sul tipo di intervento effettuato dal regista nei confronti del testo di Eduardo.

Personalmente non avrei inserito quella specie di eutanasia. E non perché la ritenga eccessiva o fuori luogo: in una certa prospettiva poteva anche starci, soprattutto perché per Latella diventa metafora di un rapporto fra le generazioni, fra il rinnovamento e la tradizione. Il fatto è che però avrebbe richiesto uno spettacolo a sé stante, appositamente costruito per arrivare a questa conclusione. Avrebbe richiesto una diversa messa a fuoco del personaggio di Tommasino, che preparasse e desse un respiro a quella sua ribellione contro il padre o contro il destino. Invece arriva all’improvviso, come uno dei tanti effetti che si accumulano nella terza parte dello spettacolo – Cupiello, colpito da un ictus, che giace nudo come un mostruoso neonato nella culla-mangiatoia del suo stesso presepe, un bue e un asinello vivi che nel finale vengono introdotti alla ribalta – e il suo impatto è come sprecato, non serve, non aggiunge nulla a quanto di forte e disperato era già stato espresso fino a quel momento.

Il Natale in casa Cupiello di Latella funziona così: è uno spettacolo denso, possente, ma ciò che deve dire lo dice nel suo insieme, nel clima generale di pessimismo che evoca, in quel furore senza tregua e senza spiragli di redenzione, in quella rabbia spinta quasi alla violenza, non nei singoli dettagli, che possono essere illuminanti o discutibili, ma non influiscono davvero. La peculiarità dello spettacolo è che esso non rappresenta passo passo una storia – che resta come sullo sfondo – ma costruisce uno stato d’animo complessivo, una partitura di emozioni in cui prevale un senso di amarezza soffocante, il presagio di un definitivo crollo di tutto, della famiglia, della società, dei rapporti umani.

Quello scelto dal regista è un approccio che non prevede sfumature o mezzi toni. Ma questa specie di cupa forzatura non è contro Eduardo, a cui anzi Latella si accosta con appassionata adesione, affrontandolo per la prima volta nel trentennale della morte, ma appartiene alle zone oscure della scrittura dello stesso Eduardo: il grande merito di Latella sta appunto in questo, nel porre in luce le componenti aspre, “nere”, crudeli, il nocciolo duro di un autore di cui spesso si evidenziano invece la bonarietà e il sentimentalismo. La sua acre messinscena esaspera umori lividi che nella vicenda sono già latenti, consentendone una lettura di scorticante attualità.

I tre atti, improntati ciascuno a un proprio stile diverso – così come in fasi diverse erano stati scritti – segnano un progressivo itinerario verso l’incubo. Nel primo, il più asciutto, tutti gli attori sono schierati in una fila orizzontale di fronte al pubblico, e restando fermi sul posto scandiscono in coro interi brani del testo, comprese le didascalie, mischiando le battute dei personaggi con le indicazioni dell’autore, pronunciate più o meno nello stesso tono distaccato, e descrivendo le proprie azioni – «porto il caffè», «fingo di dormire» – anziché compierle fisicamente. Il protagonista, Luca Cupiello, scrive nell’aria le sue parole, marcando gli accenti («grave!», «circonflesso!») come fosse un “doppio” di Eduardo. Alle loro spalle, con straordinario effetto scenografico, splende un’incombente, gigantesca stella cometa.

Nel secondo atto i personaggi prendono a muoversi nello spazio della ribalta, ma la trama degli avvenimenti continua a essere ridotta a una sorta di scarna sintesi narrativa, come se la pienezza della rappresentazione fosse una libertà che viene loro negata. Ciascuno di essi, in una truce visione espressionista, entra in scena portando con sé degli enormi animali di peluche, delle carcasse di polli, vitelli, capre, maiali, gli animali mostruosamente ingranditi che Luca Cupiello dispone di solito nel suo presepe, ridotti a cibo sanguinolento per il pranzo di Natale. Concetta, la moglie di Cupiello, trascina una sorta di carro funebre che richiama esplicitamente il carretto brechtiano di Madre Coraggio: è lei il vero perno dell’azione, suggerisce Latella, lei quella che si fa carico di tutto il peso della famiglia, mentre il marito è una labile presenza, una figuretta vacua, evocata senza alcuna tenerezza.

Nel terzo atto, il più lancinante, il più carico di significati simbolici, il più traboccante di invenzioni – non tutte necessarie, ma comunque efficaci – Cupiello dopo avere involontariamente provocato la rottura tra la figlia fedifraga e Nicolino, l’amato genero, è stato come assorbito o divorato dall’emblematico presepe nel quale si illudeva di poter racchiudere ed escludere quelle contraddizioni della vita che non riusciva a vedere e tanto meno a neutralizzare. Concetta lo veglia in abito da monaca, Raffaele, il portinaio, scende dal cielo sospeso a un cavo con ali da angelo, cantando. Canta il medico – l’eccellente contraltista Maurizio Rippa – che intona La calunnia è un venticello, e cantano tutti gli altri, trasformando il testo della commedia nel libretto di un ideale melodramma, con ulteriore effetto straniante.

Molti mi chiedono se lo spettacolo mi è piaciuto, se è bello o brutto, come se fossi in qualche modo restio a esprimere un giudizio. Ma non è questo il punto. Bisognerebbe distinguere tra uno spettacolo bello e uno spettacolo importante. Se per bello si intende una composizione armoniosa, senza attriti, dove ogni elemento è al posto giusto, allora certamente questo Natale in casa Cupiello non è bello, non vuole essere bello, vuole anzi risultare stridente, sgradevole. Non punta a compiacere il gusto, ma a ferire le coscienze, e in questo senso è senza dubbio uno spettacolo importante, che cresce dentro anche a diversi giorni di distanza. E fra alcuni bravi attori – Francesco Manetti, Lino Musella, Valentina Vacca – c’è un’attrice bravissima, fuori dal comune, Monica Piseddu, attorno a cui ruota l’intera macchina.

Visto al Teatro Argentina di Roma. Repliche fino al 1° gennaio 2015

Natale in casa Cupiello
di Eduardo De Filippo
regia: Antonio Latella
drammaturgia: Linda Dalisi
scene: Simone Mannini, Simona D’Amico
costumi: Fabio Sonnino
musiche: Franco Visioli
luci: Simone De Angelis
con: Francesco Manetti, Monica Piseddu, Lino Musella, Valentina Vacca, Francesco Villano, Michelangelo Dalisi, Leandro Amato, Giuseppe Lanino, Maurizio Rippa, Annibale Pavone, Emilio Vacca, Alessandra Borgia

8 commenti su “Natale in casa Cupiello secondo Antonio Latella

  1. Edoardo si starà girando nella tomba, oltre ai 12 attori bendati che a poco a poco si svelano, Latella ha bendato anche noi spettatori, ci sono mancati: il presepe, le stanze, i vestiti, le sedie, i quadri, le tazzine di caffè. I mostri sacri del teatro non si stravolgono a meno che non si voglia fare del teatro sperimentale, però al botteghino dovevano dircelo. Vincenzo Mannetta

  2. Caro Renato, l’eutanasia praticata da Tommasino è un atto di vero amore. A parte questo la tua critica cerca un improbabile equilibrio tra elogio e condanna. In questi casi è meglio astenersi.

  3. Povero Edoardo, questa è mancanza di rispetto verso un genio del teatro e soprattutto verso noi spettatori. Io ho resistito un’ora e mezza ma tantissima gente è andata via dopo 15 minuti. Se questo Latella vuole fare teatro scrivesse cose sue. Io ci sono rimasto troppo male anche per la presa in giro che mi ha fatto il Teatro Argentina non comunicando questa specie di rilettura. Poi ci si lamenta che la gente non va a teatro, e grazie!!!
    Learco

  4. Invece di uscire già a metà del primo tempo, come hanno fatto tanti spettatori e altri nell’intervallo, sono rimasto fino alla fine sia sperando che potesse in qualche modo migliorare sia per vedere se si potesse scendere più in basso. Alla fine l’unica cosa che mi ha lasciato questo spettacolo è l’impressione che mi sia stata venduta una cosa diversa da quella promessa, una frode in commercio, praticamente: il titolo era “Natale in casa Cupiello” di Eduardo De Filippo, su locandine, brochure e biglietti. Per quello che ho visto, e purtroppo anche sentito, avrebbe dovuto essere “Rappresentazione liberamente tratta, e largamente riscritta, da Natale in casa Cupiello”. Meglio se senza scomodare il buon Edoardo, che sicuramente si sarà rivoltato nella tomba. La mia critica concisa? Semplice: soldi e tempo buttati.

  5. Una vera delusione!  E’ certamente evidente la bravura degli attori e specialmente nell’interpretazione della moglie di Luca, ma  mi e’ apparso estremo l’adattamento che il  regista ha dato alla commedia. Il teatro Argentina non ha mandato in scena la grande commedia  di  Eduardo DeFilippo ma una altra opera ..fuori dalle aspettative di chi ,come me , ha acquistato i biglietti senza ricevere alcuna informazione e quindi ignorando questa rivisitazione da parte del regista. 
    Capisco che altri possono pensarla diversamente,  ma a mio parere le emozioni  estreme, di violenza,  di  cupezza e  di incubo che Latella ha voluto suscitare non erano nelle intenzioni di Edoardo che ha sicuramente dimostrato di non voler rappresentare. La commedia risulta pesante soprattutto nel secondo e terzo atto per il ripetersi ed il prolungarsi dei concetti che il regista ha voluto focalizzare . Presenti molti dettagli dei quali non e’ chiara l’ intenzione dell’ autore ed a mio parere non suscitano  gradimento…mi ritorna in mente la musica di sottofondo monotona e ossessiva e l’altissimo volume che si e’ scatenato all’ improvviso nel secondo atto e che a mio parere oltrepassa per la sua violenza ogni aspettativa per un opera teatrale ,oltre a poter forse essere dannosa per l’udito … soprattutto del personale di scena!!

  6. Spettacolo ignobile che ignora la profonda poetica di Eduardo. Un danno alla mente e al cuore dello spettatore. Anna Cuocolo

  7. Spettacolo offensivo dal titolo ingannatore. Ma riesce a far deprimere già al primo atto, il resto è solo noia per una parodia irriverente e grottesca. Fortuna per il regista che Eduardo non può protestare….

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