Emilia, di Claudio Tolcachir

Tanto ci pensa Emilia

Claudio Tolcachir, a torto considerato il più leggero fra i nuovi drammaturghi argentini, firma con “Emilia” uno spettacolo intenso su una famiglia disfatta che si aggrappa all’anziana balia del figlio. Ironia e divertimento non nascondono la profondità di una storia esemplare di normale follia e disadattamento. Bravissimi gli attoriMaria Grazia Gregori


Ritorna al Piccolo Teatro Grassi il più giovane fra i drammaturghi della cosiddetta “onda argentina”, Claudio Tolcachir, 38 anni, il cui successo sia in Europa che in Argentina non ha nulla da invidiare a quello di Veronese, di Spregelburd, quest’ultimo assai noto da noi per due recenti e fondamentali spettacoli ronconiani come La modestia e Il panico. Ritorna a tre anni dalla rappresentazione di Il caso della famiglia Coleman con un testo che ha per titolo un nome di donna, Emilia, messo in scena con il suo gruppo. Timbre4, (dal nome sulla targhetta del citofono del luogo dove lavorano) con una di quelle storie che si rifanno ai fatti della vita ma dilatati a dismisura da uno spirito grottesco e feroce.

A torto considerato il più leggero e divertente fra i nuovi drammaturghi argentini, in realtà sotto uno sorriso spesso Tolcachir nasconde abissi di solitudine e di violenza, un pensiero triste, un’immagine impietosa della vita. E crea una sottile ragnatela di rapporti di odio e amore, di violenza repressa e di violenza conclamata fra i personaggi. Se nel testo messo in scena precedentemente, la costruzione drammaturgica teneva conto degli apporti e delle esperienze dei singoli attori, qui, invece, Tolcachir parte da un fatto autobiografico, l’incontro con la sua vecchi balia, Emilia, che lo spinge ad esplorare con forte ma allo stesso tempo ironica inquietudine la vita di una famiglia all’apparenza meno sregolata, meno malata della Coleman, in realtà percorsa da una violenza e da un desiderio di sopraffazione mai confessato che quando viene alla luce porta i protagonisti alla rovina.

Famiglia sì, dunque, non per sostenerla a spada tratta ma per far percepire la necessità del distacco da qualcosa che sembra solido, tuttavia fa acqua da tutte le parti. Una famiglia dove si parla continuamente d’amore ma dove non si ama o si ama come si può in questo caso spinti dalla negazione dell’altro.

Siamo dunque nella nuova casa .- più grande, più bella e ovviamente più cara di quella dove Walter (l’ottimo Carlos Portaluppi), il padre, Caro, la madre (una sensitiva Adriana Ferrer) e Leo (Francisco Lumerman, l’inquieto figlio di lei) sono vissuti fino a quel momento. Potrebbe sembrare una promozione sociale, ma in realtà la loro vita è fatta di ristrettezze. C’è disordine nella casa, panni e coperte sono impilati dappertutto, in modo da costruire una specie di guscio, chiuso al fondo della scena da una porta da cui entrano ed escono i personaggi. È Walter a trovare per strada la vecchia balia, la niñera Emilia, l’unica che ha voluto bene chi per lei è sempre Charito, come quando era un bambino pauroso e grasso che i compagni disprezzavano. Lei che ha avuto una vita difficile, che è stata allontanata dalla casa quando il bambino che ha bagnato il letto fino ai 13 anni è cresciuto perché non serviva più e che ha vissuto da allora una vita di stenti dormendo anche per strada e avendo come unica compagnia il cane Roco che era stato regalato al ragazzino ma che starà accanto a lei fino alla morte, ha ancora nel cuore quel periodo, che non ha dimenticato nei lunghi, difficili anni della sua vita che la bravissima Elena Boggan ci racconta venendo spesso al proscenio, andando avanti e indietro fra passato e presente.

Ma quel che vede nella casa sottosopra di Walter non la conforta: la moglie Caro vive in un perenne stato catatonico, forse impasticcata, rifiutando qualsiasi amplesso, qualsiasi tenerezza da parte di un marito che continuamente ringrazia per come è stato generoso con lei e suo figlio ma che palesemente non ama; il figlio Leo disturbato ed erotomane è soffocato dall’amore del suo patrigno, felice solamente mentre suona lo xilofono.

Portata a casa per conoscere la famiglia, Emilia, che verrà prima invitata a pranzo e poi le si chiederà di restare a vivere con loro, non potrà fare a meno di osservare che mostro di egoismo e di violenza sia diventato il suo caro Charito. Ma c’è anche un quinto personaggio, l’ex marito di Caro (Gabo Correa) nonché padre del ragazzo che, seduto fuori scena, al proscenio, racconta la sua lotta per la sopravvivenza quotidiana, la perdita profonda che soffre per mancanza della donna e del figlio che viene nella nuova casa a riprendersi ora che ha un lavoro. E quando Caro decide di andarsene, l’unico modo per Walter di fermarla sarà un delitto che toccherà alla vecchia niñera rimediare, sacrificandosi ancora una volta.

Con Emilia Tolcachir firma uno spettacolo (in lingua spagnola con traduzione) intenso, dove l’ironia e talvolta il divertimento non nascondono la profondità di una storia esemplare di normale follia e disadattamento grazie a un notevole lavoro in profondità con i suoi bravissimi attori che interpretano i loro personaggi con una naturalezza e una presenza esemplari.

Visto al Piccolo Teatro Paolo Grassi di Milano. Repliche fino al 19 aprile 2015

Emilia
scritto e diretto da Claudio Tolcachir
con Elena Boggan, Gabo Correa, Adriana Ferrer, Francisco Lumerman e Carlos Portaluppi
scenografie e assistente regia Gonzalo Córdoba Estevez
disegno luci Ricardo Sica
produzione Timbre 4
in coproduzione con Centro Cultural San Martin de Buenos Aires e Festival Santiago a Mil, Cile
in collaborazione con Teatro Pubblico Pugliese
in collaborazione con SIA Società Italia-Argentina
coordinamento e distribuzione Aldo Miguel Grompone, Roma
spettacolo in lingua spagnola con sovratitoli in italiano

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