Ombretta Calco

Sergio Pierattini è oggi il miglior autore in grado di catturare l’immediatezza e la vivacità del parlato quotidiano. Ne è un esempio il suo ultimo lavoro, ottimamente diretto da Peppino Mazzotta e interpretato da una magistrale Milvia MariglianoRenato Palazzi


Pochi autori italiani sono oggi capaci di catturare l’immediatezza e la vivacità del parlato quotidiano come Sergio Pierattini. Non è ovviamente una questione di cadenze regionali o di utilizzo delle singole parole: è soprattutto un fatto di ritmi, di fiati, di rapporti diretti, fisiologici fra la velocità dell’eloquio e l’intensità delle emozioni. È un fatto di frasi più o meno concluse, di studiate alternanze fra emissione vocale e silenzi in attesa di un cenno, di una risposta da parte dell’interlocutore. Cos’è in fondo Ombretta Calco, il suo ultimo testo, presentato a Primavera dei Teatri? È un soliloquio, ma non è un monologo: è piuttosto il lungo, affannoso dialogo di una donna con se stessa e con altre persone di cui non udiamo la voce, ma cogliamo l’invisibile presenza.

Ombretta, la protagonista, è volutamente una figura normalissima,  l’emblema, la quintessenza di un’assoluta normalità. Volendola inquadrare meglio, potremmo identificarla come una matura borghesotta senza troppe inquietudini, con tutti i crismi della sciura milanese – ma se fosse romana o modenese cambierebbe poco – non molto colta, ma neppure del tutto ignorante, abbastanza aperta da andare a teatro a vedere La vita è sogno – forse con la regia di Ronconi – ma tanto superficiale da non ricordare il titolo del capolavoro di Calderòn. E l’idea dell’autore è proprio quella di spiare in questo anonimato, cogliendo sotto la maschera del rassegnato buon senso piccoli o grandi contraccolpi della vita, un magma di amarezze, di speranze, di segrete  frustrazioni.

Ombretta un giorno, all’improvviso, è stata piantata in asso dal primo marito. Ritrovatasi da sola, è andata a vivere con l’anziana madre, della quale si è presa pazientemente cura. Anni dopo, avendo incontrato un altro uomo, ha ritenuto che fosse arrivata anche per lei l’ora di avere la sua briciola di serenità: così, magari egoisticamente, sentendosi forse un po’ stronza, e coltivando di sicuro qualche complesso di colpa, ha deciso di convincere la madre a trasferirsi da un’altra parte, ad andare a stare dal fratello, per consentirle di stabilirsi nella loro casa col nuovo amore. E di quella colpa, senza dubbio, ha pagato subito il prezzo perché, recandosi dalla madre per comunicarle le sue intenzioni, ha scoperto che si era sentita male ed era stata portata all’ospedale.

Il tratto saliente della pièce, il pregio principale della sua scrittura, consiste comunque nel fatto che una buona parte di questo spaccato umano lo veniamo a conoscere, nei primi dieci minuti dello spettacolo, attraverso la concitata telefonata che Ombretta sta facendo al fratello immaturo e inconcludente, accorso in ospedale ad assistere l’inferma: si entra dunque nell’intimità dei personaggi con tutta la naturalezza, con tutta la disinvolta spigliatezza di una conversazione telefonica, seppure effettuata in una condizione di emergenza, fra l’ansia per l’accaduto e la tendenza – tipica di questi casi – a minimizzare la gravità della situazione. E anche il dialogo successivo, nella sala d’attesa del pronto soccorso, mantiene questo andamento abilmente informale.

Nella seconda parte – o forse è la prima a non essere che un flash-back, un ricordo della protagonista – lo sviluppo dell’azione si fa un po’ più confuso per via di certe faticose sovrapposizioni fra realtà e visioni, di certi avanti e indietro temporali a mio avviso non del tutto risolti dall’autore: Ombretta, anni dopo, si trova seduta sulla stessa panchina dove la madre, ormai morta, si era accasciata, che è anche la panchina dove il marito l’aveva lasciata. Stavolta, per una beffa della sorte, a sentirsi male è lei, lei che viene portata all’ospedale. Ma lo stile di Pierattini resta lieve, senza cedimenti al patetismo: e il finale lascia uno spiraglio di ottimismo, perché Ombretta ci tiene a far sapere che va incontro a ciò che la aspetta come una donna felice, finalmente appagata.

La bella scena di Roberto Crea sottolinea il carattere metaforico dell’ambientazione, una panchina scura e stilizzata sospesa nel vuoto a mezza altezza, fissata a un cielo astratto, ugualmente scuro, e affiancata da un grande albero che pende con le radici a vista, strappato al terreno, ma ancora tutto fiorito. Ottimamente diretta da Peppino Mazzotta, Milvia Marigliano offre una magistrale prova di sensibilità interpretativa, mantenendosi sempre sottilmente a cavallo tra un’irresistibile vena comica  e una nota sottilmente dolente. Dopo avere incarnato Amanda in Zoo di vetro e Martha in Chi ha paura di Virginia Woolf?, si conferma un’attrice di grande spessore, il cui talento non ha forse ancora avuto i riconoscimenti che avrebbe meritato.

Visto a Castrovillari, al festival Primavera dei Teatri

Ombretta Calco
di Sergio Pierattini
regia: Peppino Mazzotta
scene: Roberto Crea
costumi: Rita Zangari
disegno luci: Paolo Carbone
con: Milvia Marigliano
produzione Rossosimona/Officine Vonnegut