Federica una e trina

Brava e coraggiosa Federica Fracassi, diretta da Renzo Martinelli nei “Tre Lai” di Testori, visto alla rassegna “Stanze” in attesa della versione definitiva che debutterà l’anno prossimo – Maria Grazia Gregori

Ci sono tanti Testori: il suo, il tuo, il mio, segno dell’universalità di questo grande scrittore – ma dovrei dire artista – che ci manca ormai da moltissimi anni. C’è stato il Testori di Franco Parenti e di Andrée Ruth Shammah, quello di Adriana Innocenti, quello di Lucilla Morlacchi, quello di Sandro Lombardi e di Federico Tiezzi, di Valter Malosti, di Arianna Scommegna, per dirne alcuni, che ci hanno dato spettacoli memorabili.

Negli ultimi tempi c’è stato il Testori duro e terroso di Michele Maccagno e Gigi Dall’Aglio, la lettura tesa a ricostruirne il pensiero, il ritmo, lo stile di Fabrizio Gifuni. In questi giorni nell’ambito di quella benemerita manifestazione che è Stanze, presso lo showlab di Donatella Pellini, un laboratorio di artista che ben si adatta a quel vero e proprio laboratorio che è stata la creazione linguistica e letteraria di Testori, Federica Fracassi (a cura di Renzo Martinelli) avvicina “a morsi” i Tre Lai del grande scrittore lombardo, opera ultima scritta nei mesi terminali della sua vita prima che la malattia prendesse definitivamente il sopravvento. Tre monologhi che sono tre lamentazioni,che hanno per protagoniste tre donne diversissime tra loro: Cleopatra, Erodiade, la Madonna anzi Cleopatràs, Erodiàs, Mater Strangosciàs secondo il sincopato così caro all’autore.

Federica Fracassi arriva all’incontro con Testori, da una presenza significativa dentro la drammaturgia contemporanea. Ci arriva, come ho scritto, “a morsi” non offrendoci un personaggio tutto intero, ma piuttosto un itinerario. Il suo, infatti, perlomeno così a me pare, è un viaggio dentro i Tre Lai, una scoperta che la prende suo malgrado a poco a poco, possedendola.

Sentiamo degli applausi in lontananza ed ecco apparire una donna fasciata in un abito a lustrini, tacco 12 e una parrucca nera alla Louise Brooks. Forse è un’attrice che cerca rifugio in una stanza simile a un camerino, dove domina un grande water, dalle sue personali furie che la inseguono, che si concretizzano a poco a poco in un balbettare che rompe gli argini e diventa parola, invettiva, sangue, sperma, desiderio, pietà, orrore, rifiuto, amore. Queste furie arrivano insieme alle parole, spingendola quasi a un compitare selvaggio, a impudiche azioni, a inquietanti desideri. Balbettii d’amore che ci portano dentro e fuori le tre protagoniste la cui storia ci è raccontata a brani: l’amore carnale di Cleopatràs per il suo Antonio, quello divorante e assassino di Erodiade moglie di Erode, mai ricambiato e folle per Giovanni Battista, la cui testa dopo la decapitazione verrà gettata nel water. E quello purissimo della madre di Cristo che al Calvario sotto la croce del Figlio gli parla spinta da un amore purissimo e totalizzante.

Altre voci di donne accompagnano questo soliloquio che ha scatti di rifiuto, che naviga a vista fra le invettive, che si dona: sono le voci di Ornella Vanoni, di Mina, di Rita Pavone alle quali si unisce una vecchia, dolce canzone… e c’è il libro che Federica prende in mano e butta via, dove legge di tanto in tanto inseguendo le parole di Testori, scoprendone ogni volta di nuove per sé e in qualche modo offrendosi come “contenitore” per tutto questo. Ed ecco via la parrucca, via il trucco via le scarpe con quel gesto che fanno le donne quando tornano a casa e sono stanche, ecco i rossi capelli sciolti sulle spalle e il corpo nascosto /rivelato di Federica. Ci dicono che quello che vediamo è un primo approccio al mondo di Testori da parte dell’attrice e del suo regista e che solo nel corso dell’anno prossimo verrà deciso il personaggio con cui l’attrice e il regista sceglieranno di misurarsi nella sua completezza.

Non c’è dubbio che quest’approccio così diverso e originale può piacere o non piacere, può convincere o no. Certamente non è un sacrilegio, è toccato a tutti i grandi scrittori soprattutto in teatro: è successo a Pasolini, è successo, primo fra tutti, anche a Shakespeare proprio grazie alle folgoranti riscritture testoriane. Anche l’attrice sfugge a quelli che parrebbero gli schemi testoriani doc. Ma io la trovo bravissima e ammiro il suo coraggio.

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