A Ravenna si danza in Vetrina

Compie vent’anni il festival Ammutinamenti di Ravenna che con la sua Vetrina della Giovane Danza d’autore curata dal Network Anticorpi XL detta ormai i trend e le strategie della danza contemporanea in Italia. Ma c’è un ma  Silvia Poletti

Raggiunta la maggiore età,  Ammutinamenti Festival di Danza Urbana e d’Autore di Ravenna sfodera con orgoglio i ragguardevoli risultati raggiunti. Le due artiste fondatrici, le romagnole Monica Francia e Selina Bassini, hanno saputo tessere una incredibile rete di collaborazioni e rapporti, andando a coinvolgere – oltre ad un innumerevole numero di artisti in fieri – quel comparto tanto prezioso quanto spesso trascurato, che pure ha un ruolo centrale nella diffusione della danza italiana (contemporanea e no): gli operatori. Che di fatto, investiti di un ruolo attivo nelle complicata ma oliatissima macchina organizzativo/artistica della Rete Anticorpi XL (che regola la Vetrina della Giovane danza d’autore) stanno incidendo fortemente sullo sviluppo della coreografia contemporanea nazionale: giacché fanno opera di scouting, selezionano, sostengono e poi fanno circuitare molti dei partecipanti al GdA. Vista la situazione in cui ci troviamo, sempre molto difficile e in alcuni casi asfittica, il lavoro di questi prodi operatori è stato (ed è) meritorio: non a caso sono arrivati, negli anni, riconoscimenti sempre più concreti, compresi i finanziamenti MIBACT per la promozione della danza (a partire dal 2008); e poi – non meno significativamente – la necessità di ampliare il raggio di attività del GdA con altri progetti a sostegno dei coreografi (come la sezione Collabor/Action che sostiene la produzione di un artista ormai affermato, a suo tempo ‘nato’ nell’alveo GdA: quest’anno il parmigiano Daniele Albanese).

Pian piano, insomma, Anticorpi XL è diventato un centro di aggregazione sempre più attraente per chi vuole determinarsi: al punto che quest’anno sono ben 34 gli operatori delle più diverse realtà sparse in 15 regioni (micro-festival di tutti i tipi, circuiti, rassegne e altro) entrati sotto al suo ombrello, inoltre gli ‘accosti’ istituzionali vengono sapientemente coinvolti in progetti collaterali e  la rassegna finalmente gode dell’attenzione delle testate più corteggiate e considerate e addirittura ha la benedizione pubblica – dinanzi al consesso degli operatori tutti – della politica, nella persona della simpatica e sensibile assessore alla cultura del Comune di Ravenna.

Da cui l’inevitabile sospetto che l’istituzione abbia preso il sopravvento sull’azione: e che di fatto lo spirito corsaro che ha aleggiato a lungo nelle intenzioni degli inventori e sostenitori del progetto stia lasciando il posto alla necessità di una riconoscibilità/assoluta e di una identificazione come interlocutore imprescindibile almeno per ciò che riguarda certi temi, da parte di istituzioni politiche, artistiche e culturali altre. Il che, se denota un’ambizione umanissima e ovvia, nasconde l’insidia che si annida sempre nel cuore del potere, con le inevitabili dinamiche interne e il rischio che comporta l’eccesso di accentramento. Auguriamoci che i Cantierini e gli Anticorpini se ne accorgano in tempo.

A noi osservatori comunque interessa soprattutto quello che la Vetrina di anno in anno propone. Perché bene o male è lo specchio di quello che si intende o si fa nell’ambito danza contemporanea in Italia. E perché è sempre un ottimo termometro dei trend del momento. Quest’anno, per fortuna, si portava molto la danza-danza. E soprattutto, se Dio vuole, si portava molto una tecnica acquisita, ben assorbita, declinata con padronanza da corpi educati e quindi abili nel dimenticare, anche, quel che si è imparato.

Va anche, molto, il movimento rotatorio, (ri)lanciato da Alessandro Sciarroni & Co in questi ultimi anni – dopo che negli anni ’60 e ’70 fu ampiamente sezionato dai postmodern. Mancano, in generale, però le vere idee autoriali; così come manca la ricerca – seria – di un idioma personale, senza contare l’incapacità di un editing che aiuti a non sfaldare nella noia e nella ripetitività una buona intuizione iniziale. Certo si tratta di artisti acerbi e ci vuole tempo a far fiorire l’eventuale potenziale, ma l’estro, la luce interiore, quella necessità di dire e l’onestà del fare possono essere già buoni elementi selettivi che sarebbe utile venissero maggiormente applicati da chi compie le scelte della vetrina.

In questo senso, tra la ‘trovata’ forte e la necessità di investigare, anche esteticamente, il mondo oscuro di una sessualità borderline, forse il pezzo che si staglia tra tutti è Paradise:Part 1 di Francesco Marilungo, in cui il corpo del danzatore imprigionato in un lenzuolo di lattice e piegato al volere del partner diventa una tragica scultura berniniana, spirito e corpo incastrato in pieghe voluttuose, mistiche e insieme ambigue.

Sul coté squisitamente compositivo il trio Colaleo-Freixas-Ugolini parte lieve  con spunti divertenti, e una fluidità di costruzione piacevole anche se – e questo va considerato – chi non legge le note di presentazione non coglie d’acchito il tema che si vuole esplorare (gli alcool addicted). Delizioso divertissement, e forse il miglior pezzo dei venti proposti, è Yellow Place di Russo e De Rosa: evoluzione di un amore in tre tappe in giallo con carrello della spesa, tra contact, release, umorismo.

Dicevamo dei performers, tutti piuttosto rilevanti, anche se, giocando con Shakespeare i loro lavori spesso rivelano ‘molto sudore per nulla’. Comunque ci è parso maturo, senz’altro, Andrea Costanzo Martini, capace di passare dalla più bieca selvatichezza alla più armoniosa linea canoviana; interessanti Davide Valrosso e Alessandro Sollima per la qualità di movimento e l’allure performativa.

Sul coté femminile, invece, oltre alla potente Masako Matsushita, Barbara Berti, signorina snob della danza contemporanea concettuale con il suo pezzo surreale alla Gertrude Stein resta comunque una performer e non è certo una coreografa; mentre la selvatica Roberta Racis ha un carisma scenico e una potenza fisica tali che, pur ancora acerbi, potrebbero essere perfetti per lavorare con Fabre o Platel.

C’è insomma ancora molto da fare per rendere la Vetrina una vera piattaforma di coreografia tout court, e non un semplice carosello di danza/contemporanea varia. Forse la fin qui ottima macchina organizzativa-teorico-filosofica del progetto necessita di una messa a punto. O di know how diversi da quelli fin qui adottati. È questa, secondo noi, l’urgenza da risolvere per non cannibalizzare se stessi nella diabolica foga di ‘esserci in tutti i modi’.

In copertina il trio Freixas-Colaleo-Ugolini in Beviamoci su. Questa e le foto della Gallery sono di  D. Bonazza

 

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