Caro Dario, buona quinta età

Sembrava impossibile per Dario Fo l’invecchiare. Dario è sempre stato dilagante, pieno di energia, un inquieto punto di domanda aperto a tutto. Pochi come lui, del resto, hanno saputo “esserci” con il pubblico,  con la parola, con il corpo, con la risata, la canzone beffarda e lo sfottò. La vita come palscoscenico e il palcoscenico come la vita. Lui e Franca, sempre insieme. Insieme per sempreMaria Grazia Gregori


Giunto alla quarta età – chissà forse non gli piaceva – anche Dario Fo se ne è andato e a noi sembra impossibile che fosse  diventato vecchio anche lui. Per quelli della mia generazione e penso anche di quelle prima e di alcune dopo, Dario è sempre stato dilagante, pieno di energia, un inquieto punto di domanda aperto a tutto, sia che recitasse sui palcoscenici che aveva riempito e ancora riempiva con la sua irrefrenabile vitalità, sia che, seduto al cavalletto, mischiasse e inventasse i colori come quel “rosso Fo”, ricordato da un barattolo posto ai piedi della sua bara durante l’omaggio al Teatro Strehler che Milano a soprattutto il suo pubblico hanno voluto tributargli. Pochi come lui, del resto, hanno saputo “esserci” con il pubblico,  con la parola, con il corpo, con la risata, la canzone beffarda e lo sfottò: sul palcoscenico suo luogo d’elezione, dentro i teatri borghesi oppure in qualche casa del popolo o in qualche capannone, alle dimostrazioni studentesche,  di fronte alle carceri, dentro le università occupate oppure nella sua bella casa a Porta Romana,  per nulla lussuosa ma piena di vita, sempre pronto ad accogliere, a raccontare e raccontarsi. Che dire: è stato una presenza irrinunciabile, talvolta problematica (si poteva, si può non essere d’accordo con lui, con alcune sue scelte), ma la sua grandezza non si discuteva.

Questa grandezza nasceva –  l’ha riconosciuto anche il premio Nobel per la letteratura che gli è stato conferito nel 1997 – dall’invenzione di un meccanismo drammaturgico che si nutriva delle farse, delle commedie all’improvviso sempre però affondando le sue radici nel grottesco, nell’assurdo spiazzante. Ma anche dal Fo attore per il quale, certo, la parola era fondamentale, ma che in scena la faceva dilatare per come sapeva usare il corpo  e una gestualità davvero straordinaria. Il corpo per Dario è stato una scrittura parallela, una sfida, un linguaggio che aveva la stessa importanza del grammelot,  un grimaldello per entrare nella coscienza dello spettatore mettendogli, magari, la pulce all’orecchio.  E anche invecchiando  non cambiava: c’era, era lì, con quel suo modo tutto speciale di invecchiare trasformando ogni cosa in palcoscenico, in passione fosse teatrale o politica, sempre agile, sempre con la voglia di fare, sempre aperto al nuovo.

Perfino negli ultimi giorni – ha raccontato il figlio Jacopo – quando ormai la malattia lo aveva vinto, parlava di progetti e cantava sfoderando un’energia miracolosa perfino a detta dei medici. Mi piace pensare che in quei momenti inquieti, in quella sua solitudine molto affollata dopo la morte di Franca, siano arrivati al suo letto alcuni fra i suoi personaggi come quel tale che aveva due pistole con gli occhi bianchi e neri, quel cacciaballe di Colombo che impapocchia le regina Isabella, il poveraccio di Mistero buffo che cerca il suo Iesu, Bonifazio VIII che sta indossando i paramenti sacri, il Fanfani che qualcuno aveva rapito, quell’anarchico morto “accidentalmente”, una tigre del tutto speciale che sapeva raccontare, le favole cosiddette cinesi elaborate in chiave brechtiana.  E, c’è da scommettere,  era arrivata anche  Franca, che se n’era andata tre anni fa ma di cui lui sentiva prepotentemente in casa e accanto a sé  la presenza. Franca la musa, la compagna di tante battaglie. Franca saggia e coraggiosa che sapeva guardarlo da lontano e che lui continuava a sentire attorno a sé. Franca, la compagna di una vita, ma anche la pungolatrice, l’unica a saper frenare e incanalare la sua debordante energia quando il Dario sembrava deragliare, costringendolo e stare con i piedi per terra. Se accanto a noi esistono non tanto gli angeli custodi, ma delle presenze che ci sono state care nella vita, Franca è stata per Dario una di queste: non tanto l’ispiratrice, non solo l’amore ma proprio la presenza. Che si è sentita anche al suo funerale, quando è stata suonata la canzone Stringimi forte i polsi, musiche di Fiorenzo Carpi, parole di Dario, scritta per lei e cantata a chiusura delle poche puntate trasmesse prima della sospensione di Canzonissima 1962 – vergognoso caso di censura – da Mina. Ricordate? “Stringimi forte i polsi dentro le mani tue e anche ad occhi chiusi se tu mi vuoi bene saprò…”

C’era di tutto al suo funerale. L’operaio con il pugno chiuso, gli amici fraterni come Stefano Benni e Paolo Rossi commossi, la Fracci vestita di bianco, l’oratore ufficiale Carlin Petrini di Slow Food, il sindaco di Milano, quello di Torino e quello di Roma, la delegazione grillina con Grillo. Ma l’immagine più bella è quella di piazza Duomo e i tantissimi ombrelli colorati sotto la pioggia scrosciante. E la banda degli ottoni che suonava Bella ciao, con foga. Addio non triste  per uno che si definiva ateo ma che nell’ultimo libro  ragionava addirittura con Giuseppina Manin del suo rapporto con Dio. Il figlio Jacopo ha centrato bene questa discrepanza sostenendo che suo padre e sua madre  erano atei e comunisti ma anche animisti. E allora a Dario e Franca, che si sono ritrovati, non mi resta che augurare una buona quinta età.

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