Acqua di colonia

Col nuovo spettacolo Elvira Frosini e Daniele Timpano tornano alla propria vocazione originaria, quella di provocatori delle coscienze, di indagatori delle macchie inconfessabili che si annidano nelle pieghe della nostra cultura progressista e democraticaRenato Palazzi

Con Acqua di colonia, il loro nuovo spettacolo che ha debuttato lo scorso novembre al festival Romaeuropa, ed è stato ora presentato per due sole repliche al Pim Off di Milano, Elvira Frosini e Daniele Timpano tornano alla propria vocazione originaria, quella di provocatori delle coscienze, di indagatori delle macchie inconfessabili che si annidano nelle pieghe della nostra cultura progressista e democratica. In Acqua di colonia dicono di voler ovviare a gravi lacune storiche, ovvero al fatto che delle avventure coloniali italiane sappiamo poco e non facciamo nulla per saperne di più. Ma in realtà ci parlano dell’indifferenza e del malinteso senso di superiorità con cui ancora guardiamo alle popolazioni africane che ogni giorno arrivano da noi in cerca di riscatto.

Lo spettacolo si compone di due parti, piuttosto diverse fra loro per tono e intenzioni. La prima è metateatro allo stato puro, è riflessione in tempo reale su uno spettacolo in fieri, con buffe ipotesi di lavoro, valutazioni semiserie sui materiali da utilizzare – ELVIRA Marinetti. Mafarka / DANIELE Che spreco. ELVIRA Corto Maltese / DANIELE Un’altra volta. ELVIRA L’ottava vibrazione di Lucarelli / DANIELE Ma no! Che schifo! – evocazioni di improbabili personaggi, dalla Mamie di Via col vento a Bob Marley che se la prende con Audrey Hepburn, ambasciatrice Unicef. La seconda entra invece più specificamente nel merito – seppure sempre con il fare cinico e disincantato tipico dei due – delle mire imperialiste della neonata nazione italiana fra il 1882 e il 1938, l’Eritrea, la Somalia, la Libia, l’Etiopia.

Ma si farebbe torto alla perfidia di F & T se si sopravvalutasse la loro effettiva vena didascalica. Il testo porta indubbiamente alla luce i comportamenti – rimossi o negati – che contrastano con l’immagine accreditata degli «italiani brava gente», gli attacchi coi gas, i massacri. Il vero sale dello spettacolo sta però nella franchezza con cui i due autori-attori non temono di scavare nelle piccole intolleranze quotidiane di fronte a un venditore di fiori extra-comunitario, riesumano i versi di un trucido motivetto («Odio il Kebab / e il Ramadan») che girava nel 2014 su Internet, giocano sul tabù di Faccetta nera, che tutti conoscono, ma che – sul loro invito – nessuno osa cantare, per non assecondare il proto-fascista che si cela potenzialmente in ciascuno di noi.

La Frosini e Timpano, intelligenti, caustici, velenosi, sono bravissimi a destreggiarsi fra fumetti d’epoca, canzoni, regi decreti, discorsi pubblici di allora e di oggi: lascia il segno, ad esempio, la loro citazione dell’efferato Topolino in Abissinia («ho promesso alla mia mamma di mandarle una pelle di un moro per farsi un paio di scarpe»), poi ripreso nel finale, in cui appaiono con le orecchie da topo e le maschere antigas. Dopo la scomparsa di Paolo Poli, i due attori romani – se l’accostamento non sembra irriguardoso – sembrano gli unici in grado di attingere a un certo variopinto bric a brac che svaria dai motivetti di Rodolfo De Angelis all’accorata melassa di Addio sogni di gloria (struggente, però, nell’esecuzione finale di Giuseppe Di Stefano).

I momenti migliori sono quelli in cui riescono ad andare sul terreno che è a loro più congeniale, ovvero i graffianti ritratti – politicamente scorretti – di alcuni miti inattaccabili dei nostri tempi: lei è irresistibile nei panni di un Pasolini sprezzante e pieno di sé, santo patrono di «radical chic, hipster, intellettualini piccolo borghesi» che non lo hanno mai letto e lo citano a sproposito. Lui tratteggia impietosamente un Indro Montanelli che parla della sua militanza africana come di una lunga vacanza, vantando le grazie della moglie dodicenne, un «animalino docile» comprato «assieme a un cavallo e a un fucile, tutto a 500 lire». Ma ce n’è anche per Benedetto Croce ( «zoologicamente e non storicamente sono uomini»), per Kant, per Hegel, per Rousseau.

Pesano invece un po’ sull’andamento dello spettacolo certe lungaggini, certe ridondanze che si potrebbero limare. Al testo gioverebbe qualche taglio, non perché sia lungo in sé, ma perché ci sono argomenti che tendono a ripetersi, dando l’impressione di ripartire ogni volta da capo, con inevitabili cali di ritmo. Di fronte a tanta sovrabbondanza, è eccellente l’idea di porre al centro della scena, nella prima parte, una ragazza di origine africana reclutata di volta in volta nella città dove si recita, che ascolta in silenzio, sorridendo di tanto in tanto e incarnando con tacita eloquenza il ruolo di quegli immigrati o figli di immigrati che sono l’oggetto passivo della rappresentazione, di cui è bene parlare, ma ai quali non è riconosciuto il diritto di esprimere il proprio punto di vista.

Visto al Pim Off di Milano. Prossime repliche dal 28 febbraio al 2 marzo al Teatro India di Roma. Info

Acqua di colonia
di e con Elvira Frosini e Daniele Timpano
Consulenza e collaborazione: Igiaba Scego
Voce del bambino Unicef: Sandro Lombardi
Aiuto regia e drammaturgia: Francesca Blancato
Costumi Alessandra Muschella e Daniela De Blasio
Disegno luci: Omar Scala
Produzione / Romaeuropa Festival, Teatro della Tosse, Accademia degli Artefatti.
Con il sostegno di Armunia Festival Inequilibrio

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