L’indimenticabile Don Carlo scaligero di Chung

Opera tra le più suggestive e complesse del repertorio verdiano, Don Carlo ha trovato alla Scala una riproposta di rilievo, in grado di tenere fede a un titolo che nella storia del teatro milanese ha contato edizioni memorabili. Quella attuale sarà ricordata soprattutto per la straordinaria direzione di Myung-Whun-ChungDavide Annachini

Opera tra le più suggestive e complesse del repertorio verdiano, Don Carlo ha trovato alla Scala una riproposta di rilievo, in grado di tenere fede a un titolo che nella storia del teatro milanese ha contato edizioni memorabili. Quella attuale sarà ricordata soprattutto per la straordinaria direzione di Myung-Whun-Chung, in grado di “rileggere” l’estesa partitura verdiana – qui proposta nella stessa versione italiana in cinque atti che quarant’anni fa avevano rispolverato Claudio Abbado e Luca Ronconi per lo stesso palcoscenico – con una sensibilità interpretativa e una maestria tecnica soggioganti. Già dalle prime battute dell’atto di Fontainebleau si è potuto intuire come la chiave interpretativa del direttore sudcoreano avrebbe percorso la strada intimista e psicologica, che caratterizza non solo l’infelice figura dell’Infante di Spagna ma anche questa come nessun’altra opera verdiana. Le atmosfere rarefatte, le tinte dolenti, i toni sospesi sono stati descritti da Chung con sonorità che nei primi atti non hanno mai sforato nel fortissimo, ottenendo dall’orchestra e dal coro scaligeri una duttilità esecutiva esemplare, mentre con lo sviluppo della tragedia la sua lettura si è progressivamente amplificata in un crescendo drammatico di grandissima intensità e tensione espressive. Un Verdi meno altisonante e più interiore, meno austero e più umano, che dopo tante interpretazioni di riferimento con Chung ne ha trovata miracolosamente un’altra, toccante e personalissima, rivelatrice e indimenticabile.

In un’opera così impegnativa l’impronta del direttore può essere determinante ma non esclusiva, data la presenza di almeno sei ruoli destinati a cantanti di prim’ordine, che in questa edizione hanno mostrato risposta adeguata e soprattutto sintonia a livello vocale ed espressivo. Francesco Meli (nella foto con Krassimira Stoyanova) ha trovato nella parte del protagonista una delle sue occasioni migliori, grazie alla prevalente centralità della scrittura capace di mettere in luce la bellezza del suo registro medio e di non esporre oltremodo certe debolezze di quello acuto, che è suonato un po’ fragile ma funzionale a un personaggio dibattuto tra slanci animosi e introversi ripiegamenti rinunciatari. All’indisposto Ferruccio Furlanetto è subentrato Ildar Abdrazakov, presenza di lusso per qualità e linea vocali, oltre che per un’autorità interpretativa che ha fatto del suo Filippo II un personaggio a tutto tondo, nobile e autoritario, quanto contraddittorio nella sua intima solitudine. Per una parte di grande responsabilità esecutiva come Posa, Simone Piazzola ha risposto come pochi baritoni in circolazione, con un canto cioè levigato, dall’eccellente legato, in grado di reggere le tessiture acute come di piegarsi alla mezzavoce. Forse gli sarà mancata un po’ di espansione vocale, ma la nobiltà e l’intensità del personaggio c’erano tutte. Anche nel caso di Krassimira Stoyanova si poteva avvertire una certa carenza di penetrazione vocale, in particolare nel registro acuto (più intenso e suggestivo invece quello grave), ma ugualmente la sua Elisabetta ha avuto momenti suggestivi, soprattutto negli squarci più intimi delle arie e dello struggente duetto finale, in cui Chung ha dilatato i tempi al limite, riuscendo a sublimare in un estenuato commiato l’addio tra i due protagonisti di un amore impossibile. Vibrante e intensa, oltre che vocalmente agguerrita tanto nei passi di agilità della “Canzone del velo” quanto nei vertiginosi salti di estensione di “O don fatale”, l’Eboli di Ekaterina Semenchuk, imponente e sinistro il Grande Inquisitore di Eric Halfvarson, brillante il Tebaldo di Theresa Zisser e validissimi i giovani dell’Accademia di Perfezionamento della Scala nei ruoli minori.

Lo spettacolo, proveniente dal Festival di Salisburgo, portava la firma illustre di Peter Stein, che ha puntato a una regia di grande sobrietà, incentrata come nel caso della lettura di Chung più sulla definizione dei personaggi che sulla monumentalità dell’insieme. Quindi scene dalle linee pure e asciutte di Ferdinand Woegerbauer, costumi bellissimi e severi di Anna Maria Heinreich, luci suggestive di Joachim Barth, funzionali a una messinscena tutta proiettata a interpretare e non a descrivere, con qualche scelta opinabile – come il tendone da circo nei giardini della regina o come certi interventi pittoreschi nell’Autodafé – ma tale da non compromettere l’esito di questa edizione, applauditissima dal pubblico, in particolare nei confronti di Chung.

Davide Annachini

Visto al Teatro alla Scala di Milano, il 29 gennaio: Prossime repliche 4, 8, 12 febbraio 2017. Foto © Brescia/Amisano – Teatro alla Scala

DON CARLO
Dramma lirico in cinque atti
Musica di Giuseppe Verdi
Libretto di François-Joseph Méry e Camille Du Locle
Traduzione italiana di Achille De Lauzières e Angelo Zanardini

Elisabetta di Valois – Krassimira Stoyanova
La principessa Eboli – Ekaterina Semenchuk
Don Carlo – Francesco Meli
Rodrigo – Simone Piazzola
Filippo II – Ildar Abdrazakov
Il Grande Inquisitore – Eric Halfvarson
Un frate – Martin Summer*
Voce dal cielo – Céline Mellon*
Sei deputati fiamminghi – Gustavo Castillo*, Rocco Cavalluzzi*, Dongho Kim*, Victor Sporyshev*, Chen Lingjie**, Paolo Ingrasciotta*
Conte di Lerma/Un araldo reale – Azer Zada*
Tebaldo – Theresa Zisser

*Allievo dell’Accademia Teatro alla Scala
**Allievo del Conservatorio “Giuseppe Verdi”

Direttore – Myung-Whun Chung
Regia – Peter Stein
Scene – Ferdinand Woegerbauer
Costumi – Anna Maria Heinreich
Luci – Joachim Barth

Coro e Orchestra del Teatro alla Scala
Produzione del Festival di Salisburgo

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