Porcile

Valerio Binasco firma uno spettacolo forte, intrigante, che pur conservando il testo di Pasolini, sembra talvolta prenderlo in contropiede con una gran voglia di rendercelo più vicino, togliendogli l’aura vaticinante, senza metterlo su di un piedistallo ma travasandolo dentro il nostro oggiMaria Grazia Gregori

Scritto nel 1966, anno straordinario in cui Pasolini compose tutti i suoi testi teatrali, Porcile è sicuramente fra i lavori più crudi ed emblematici del teatro del grande scrittore e, forse, anche il più nichilista. La storia di Julian ragazzo “non obbediente né disobbediente”, quel suo vivere da estraneo, quasi da sonnambulo in una società che ci appare in disfacimento anzi che porta nel suo Dna il disfacimento, nata dalla dissoluzione del potere nazista in Germania conservandone però il ricordo, racconta infatti di un giovane che non si identifica né con se stesso né con la storia né, tantomeno, con il suo presente. Un testo molto più violento e definitivo di Affabulazione dove, peraltro, già si evidenziano i rapporti difficili fra padri e figli, segnato da un’estraneità molto più forte, quasi rituale radicata a una vita che resta estranea al protagonista anche nel difficile rapporto con gli altri. Si potrebbe dire che per lui e anche per l’autore che lo scrisse suddividendolo in 11 episodi il “porcile” è la rappresentazione di uno schifo totale che il giovane Julian sente per il mondo di cui la sua deviazione sessuale – che in quel luogo lurido si consuma – è la raffigurazione.

Siamo a Gotesberg cittadina tedesca vicino a Colonia dove la famiglia Klotz vive nell’agiatezza e dove il padre fabbricante d’armi continua la sua vita: se prima produceva cannoni per l’esercito del Reich oggi li esporta in tutto il mondo – dice. Strana famiglia quella dei Klotz: il padre, nevroticamente non può fare a meno di paragonare la rappresentazione della borghesia nazista che ne dava Grosz che dipingeva i borghesi con teste di maiali a quella di oggi più nascosta e velata. La madre di Julian è una signora borghese decisamente sopra le righe, preoccupata del comportamento per lei incomprensibile del figlio al quale non sa dare un nome fermandosi sempre, con timore, sulla soglia della verità. Nella casa della famiglia Schulz gira una giovane ragazza, Ida, innamorata senza speranza di Julian – che la deride e forse la disprezza – con la testa piena di ideali di libertà magari solo a parole. Lei sarebbe pronta ad andare a Berlino per partecipare a una marcia per la pace. Lui sembra catatonico, incapace di reagire, di fare qualcosa, sostanzialmente estraneo a tutto quello che lo circonda.

Ma tutto è cupo attorno a lui fino a quando non appare un vecchio amico del padre, Herdhitze, un aguzzino nazista di ebrei, che è riuscito a salvarsi cambiando nome e facendosi una plastica, per proporgli un baratto “una storia di maiali per una storia di ebrei” diventando socio dell’azienda di famiglia .Un vero e proprio ricatto con tanto di dossier al quale il padre cede pur senza esaminarlo e che, invece, getta nella disperazione la madre. Ma ecco entrare un servitore (nazista riciclato come anche altri personaggi della casa) che annuncia il tragico epilogo della vita del giovane: andato nel porcile per accoppiarsi con gli amati maiali Julian ne è stato divorato. Herdhitze chiede se qualcosa di lui sia rimasto e alla risposta negativa impone a tutti il segreto.

In uno spazio quasi candido dal pavimento di piastrelle colorate beige e salmone, pochi oggetti in scena che si muovono su ruote, Valerio Binasco firma la regia di Porcile (prodotto dal Teatro Metastasio Stabile della Toscana e dal Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e ora in scena al Teatro Menotti di Milano) facendone uno spettacolo forte, intrigante, scandito dalle proiezioni di sipari che si aprono e si chiudono all’inizio e alla fine di ogni scena conservando il testo di Pasolini fatta esclusione per l’episodio che ha per protagonista il filosofo Baruch Spinoza. Una regia, quella di Binasco, che sembra talvolta prendere in contropiede Pasolini con una gran voglia di rendercelo più vicino, togliendogli l’aura vaticinante, senza metterlo su di un piedistallo ma travasandolo dentro il nostro oggi.

Un corpo a corpo fra testo e attori più che un manifesto estetico. Nell’ottima compagnia spiccano le interpretazioni di Mauro Malinverno (padre), Valentina Banci (madre), Francesco Borchi (Julian), Elisa Cecilia Langone (Ida) e Fulvio Cauteruccio (Herdhitze).

Visto al Teatro Menotti di Milano. Repliche fino al 12 febbraio 2017

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