Figlie di Maryam

Ermanna Montanari padroneggia da par suo, con semplicità e intensità, il testo scritto da Luca Doninelli e diretto da Marco Martinelli. Tre donne, tre storie di dolore e di speranza, unite nell’invocazione di Maria-MaryamMaria Grazia Gregori

Una figura di donna si intravvede nel buio: sappiamo chi è ma è la sua inconfondibile voce, che qui raggiunge un grado estremo di semplicità e di intensità, che ce la fa riconoscere. Ermanna Montanari fra proiezioni, ombre e scritte in arabo su dei velari trasparenti, come spesso le succede, è sola in palcoscenico per raccontarci la storia di tre donne alla quale fa da chiusura drammatica il racconto di Maryam, che è poi il nome con cui nel Corano è nominata la Madonna. Madri, sorelle, amiche segnate da un dolore profondo legato alla morte violenta, alla sparizione di persone care, al racconto del feroce rapimento di un’amica stuprata e poi avviata alla prostituzione da un uomo della sua stessa famiglia che avrebbe dovuto proteggerla.

Ermanna Montanari è abituata alle sfide che sono il vero campo di un lavoro – quello del teatro – che è la sua ragione di vita, dove si scelgono compagni di viaggio diversi destinati a essere intercambiabili salvo la presenza di Marco Martinelli, che con lei firma regia, scenografia, costumi e l’ideazione del suo one woman show visto al Teatro dell’Elfo e prossimamente in scena al Teatro Due di Parma.

Lo spettacolo che porta il titolo Maryam nasce da un testo di Luca Doninelli in cui si vuole trasmettere allo spettatore l’emozione provata dallo scrittore durante la sua visita alla Basilica dell’Annunciazione di Nazareth dove molte donne musulmane facevano la fila per rendere omaggio alla Madonna. Già autore di La mano, scritto per Ermanna, l’autore vuole evidenziare non solo il senso di fiducia, di abbandono, di rabbia che accomuna questi tre racconti in forma di preghiera, di un’invocazione, ma, credo, anche testimoniarci come, in tempi così difficili, potrebbe essere possibile una diversa convivenza, lontana dalle guerre, dalle carneficine, dalle violenze, da lontananze incolmabili. Lo fa con un linguaggio piano ma allo stesso tempo poetico: sta a noi trovarci delle assonanze, delle emozioni, delle ineludibili verità.

Ermanna si fa voce, corpo sublimato, di questi tre personaggi – Zeinab, Intisar, Douha – e di Maryam, lontana dagli stilemi del monologo: sembrerebbe quasi che non le importi essere “vista” quanto essere ascoltata, mentre si arrampica su scala musicale (la regia del suono è di Mauro Olivieri) per dare vita alla narrazione. Un’immagine proiettata a tutto tondo ci rimanda il volto di una donna che porta un hjab a coprirle il capo, mentre le tre protagoniste una ad una lasciano il posto a una Madonna con un’aureola di lampadine accese.

Ecco allora Zeinab, l’amica di Sharifa, che racconta una storia di violenza. La sua amica è stata rapita da uno zio orco, che la concupiva e l’ha, non si sa dove, venduta. E lei chiede vendetta, una malattia terribile per quell’uomo schifoso. La preghiera di Intisar, invece, racconta la scomparsa tragica di suo fratello Fouad che avrebbe voluto essere ingegnere e invece si è trasformato in un kamikaze, facendosi saltare nella piazza del mercato, uccidendo venti persone: musulmani, ebrei, cristiani. Intuisce la sua fine quando un signore arriva con una borsa colma di denaro perché grazie al sacrificio di Fouad la sua famiglia viva “senza pensieri”, ma lei ha in mente la madre che, ormai fuori di sé, insegue di giorno e di notte per strada il fantasma del figlio. Douha invece parla di suo figlio Alì, bello, con i capelli biondi e ricci, annegato in mare per seguire il padre che fugge da qualcosa o da qualcuno, su uno dei tanti barconi di disperati di cui ogni giorno sono piene le cronache. Una morte che ha diviso per sempre moglie e marito lasciando in entrambi un vuoto irrimediabile. A queste tre donne Maryam risponde e racconta della sua pena, del suo dolore nel vedere suo figlio crocifisso, delle sue invocazioni a Dio perché lo salvasse rimaste senza risposta: “Io non ho mai perdonato Dio – dice – per avere fatto morire mio figlio” e promette alle tre donne che saranno sempre con lei “nel cuore del mondo dove nessun figlio muore”. Il passaggio dalla vita all’eternità è troppo doloroso e una madre non può capirlo né accettarlo.

Ma, alla fine, il palcoscenico è tutto di Ermanna: sudata, ansante, vittoriosa.

Visto al Teatro Elfo Puccini di Milano. Il 17 e 18 febbraio al Teatro Due di Parma.

Maryam
di Luca Doninelli
ideazione, spazio, costumi e regia Marco Martinelli e Ermanna Montanari
musica Luigi Ceccarelli
in scena Ermanna Montanari
luci Francesco Catacchio
suono Marco Olivieri
video Alessandro Renda
produzione Teatro delle Albe/Ravenna Teatro in collaborazione con Teatro degli Incamminati/deSidera

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