Sogno d’autunno

Nel capolavoro di Jon Fosse, diretto da un profondo conoscitore dell’autore norvegese come Valerio Binasco, uno sguardo agghiacciato sulla famiglia svela il grado zero della convivenza umana destinata a fallire, uccisa dalla propria autoreferenzialitàMaria Grazia Gregori


C’è una panchina ai lati della quale brillano quelle che intuiamo essere delle colorate lampade votive. Alle sue spalle un luogo sopraelevato mostra una casa senza parete dove si può cogliere facilmente quello che lì avviene. Si intuisce immediatamente che il fulcro di tutta l’azione è proprio quella panchina, solida, un po’ dozzinale, che è per i due protagonisti – un Uomo e una Donna che lì si incontrano dopo essersi persi di vista – una specie di zattera della Medusa a cui aggrapparsi, il luogo del desiderio, delle recriminazioni, delle decisioni improvvise. In quel luogo dove non c’è presente e non c’è passato ma tutto è nell’attimo e tutto si confonde, lei rimprovera l’indecisione di lui, lui sembra temere la fretta di lei. Eppure si capisce che tra loro c’è già stato qualcosa, ma a questo nuovo e definitivo ritrovarsi lei arriva rinfacciandogli la vita vissuta in solitudine nella vana attesa di una sua scelta, lui si sente frenato da un profondo senso di colpa nei confronti della ex moglie e del figlio nato dal loro matrimonio. Da qui si snoda quello che senza dubbio è il testo più famoso del cinquantottenne drammaturgo norvegese Jon Fosse, Sogno d’autunno (1998) dove possiamo trovare tracce di Ibsen ma anche di Strindberg senza però l’esasperata legge morale del primo e la feroce contrapposizione fra i sessi del secondo.

Sogno d’autunno non è una storia sociale: le proibizioni, se ci sono, nascono per i due protagonisti dal senso del dovere abbandonato per strada che sia lei che lui a un certo punto non sanno più come mantenere. E poi c’è l’avversione verso la nuova compagna del figlio del Padre e, soprattutto, della Madre di lui. Una madre imperiosa, prevaricatrice e dominatrice che il figlio subisce e che la donna, destinata a diventare la sua seconda moglie, “cordialmente” odia. Un modo di considerare la famiglia – quello che Fosse ci presenta –, molto totalizzante, quasi animalesco, un grado zero della convivenza umana destinata a fallire, uccisa dalla propria autoreferenzialità.

Sogno d’autunno, già visto anni fa a Milano con la magica regia di Patrice Chéreau, senza dubbio, uno dei capolavori di questo autore che conosce come pochi gli slittamenti del cuore e quello che si nasconde nella mente e nel ventre di donne e di uomini è in scena con successo al Teatro Carignano di Torino (la produzione è dello Stabile torinese, poi sarà anche al Franco Parenti di Milano) con la regia di Valerio Binasco che del drammaturgo (ma anche romanziere e poeta) norvegese, inquietantemente ambiguo è un tenace e fortunato frequentatore. Tra un quadro e l’altro, dentro e fuori dal cimitero dove la coppia è giunta per il funerale della nonna dell’Uomo, la storia si dipana con svolte spesso misteriose, inquietanti, tra il desiderio di comando della Madre che inchioda anche il Padre, perché la donna non approva la nuova unione del figlio con una donna che per lui – vaticina – significherà morte certa. La vicenda poi si complica ulteriormente con l’arrivo della ex moglie del figlio che non si è mai rassegnata all’ abbandono e con la notizia della improvvisa e misteriosa morte del figlio.

Ma cos’è allora questo sogno di cui si parla, se non la ricerca di una felicità impossibile comunque già suggerita dalla parola autunno, un presagio per altre fini, per altre morti se non una vertiginosa, impossibile ricerca di felicità? Con un’amara vittoria del sesso femminile su quello maschile: eccoli, infatti, alla fine i due uomini già morti in casa a discutere fra loro mentre le tre donne si incontrano suggerendoci non tanto l’ipotesi di una pace armata quanto quella di una specie di “sorellanza “ nata dal dolore e dalla ribellione nei confronti di un mondo che non dovrà più essere a misura di maschio.

La regia ispirata di Valerio Binasco, venata qua e là di una creativa mai eccessiva ironia, muove con sicurezza le lente pedine del gioco di Jon Fosse e le struttura in un concertato perfetto nel quale spiccano il bravissimo Michele di Mauro (l’Uomo) e una sensitiva, duttile Giovanna Mezzogiorno (la Donna) mentre Milvia Marigliano si destreggia con disinvoltura dall’avversione alla risata e Nicola Pannelli è con proprietà il Padre e a Teresa Saponangelo tocca l’acrimonia della donna abbandonata. L’immagine finale con le tre donne abbracciate più che un cechoviano “tre sorelle” ci suggerisce l’idea di una femminilità a suo modo trionfante, costi quel che costi.

Visto al Teatro Carignano di Torino. Dal 22 marzo al 2 aprile al Franco Parenti di Milano

Questo slideshow richiede JavaScript.

Sogno d’autunno
di Jon Fosse
con Giovanna Mezzogiorno, Michele Di Mauro,
Milvia Marigliano, Nicola Pannelli, Teresa Saponangelo
regia Valerio Binasco
scene Carlo De Marino
costumi Sandra Cardini
luci Pasquale Mari
musiche Arturo Annecchino
assistente alla regia Maria Teresa Berardelli
Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

Scrivi qui il tuo commento!