Ifigenia, liberata

La virgola del titolo di questa regia di Carmelo Rifici divide idealmente due mondi: quello della protagonista destinata al sacrificio e quello della sua impossibilità di vivere e amare. Ottimo il lavoro sugli e degli attori – Maria Grazia Gregori

Il grande palcoscenico del Teatro Lac di Lugano ci appare, fra gente che va e gente che viene, come una piccola agorà. La vita che qui si rappresenta in parte “rubata” a quella vera, è quella del tutto speciale del teatro, ma non è fasulla perché ci pare quasi di respirarla, quella vita. Certo, lo sappiamo: quello che si racconta nel grande spazio inventato da Margherita Palli – un palcoscenico che si “ritrasforma” in palcoscenico durante le prove di uno spettacolo e che si apre, talvolta, su immagini proiettate o su apparizioni – è una storia di teatro. Che però è qui, davanti a noi, e anche per questo ci appartiene: una storia che mescola presente e passato costruita su temi che ci riguardano e che raccontano di guerre, di bene e di male, di violenza, di morbosi rapporti familiari dove la volontà dei padri annulla non solo la volontà ma anche i sogni dei figli.

Ecco, allora, Ifigenia, liberata dove la virgola del titolo assume un’importanza evocativa fortissima dividendo idealmente due mondi: quello della protagonista destinata al sacrificio e quello della sua impossibilità di vivere e amare. La mette in scena con uno sguardo a trecentosessanta gradi Carmelo Rifici che ci presenta la storia della figlia di Agamennone e Clitemnestra di Euripide (ma con pensieri di altri scrittori), condannata a morte per garantire la protezione degli dei alla spedizione greca contro Troia parallelamente ai problemi connessi alla sua rappresentazione, poeticamente legati al teatro nel suo farsi, per catturare il suo senso e metterlo in relazione con noi. Perché la domanda ambiguamente misteriosa e affascinante a cui si deve rispondere è sempre la stessa: “chi sono i Greci per noi? E noi con la nostra civiltà, la nostra cultura, chi siamo idealmente per loro?

La vicenda di Ifigenia è, dunque, il nocciolo di una storia più grande, più complessa, più stratificata nei secoli e nella cultura. Nasce sotto i nostri occhi nella scrittura, nell’idea scenica, nel modo di metterla in scena, di interpretarla e per il pubblico è come se andasse a fare visita alla prova di Ifigenia, liberata. Ma, poeticamente, Rifici la dilata nello spazio, nel tempo, nei temi ben al di là del lavoro dei due personaggi chiave di questo spettacolo – il Regista e la Drammaturga – che guidando la prova si confrontano e si scontrano magari sul lavoro con gli attori, su come si deve poggiare la voce (attenzione al diaframma!). E poi ripetere e ripetere e cambiare di passo magari indossando una gonna o un mantello.

Mentre le due vicende si dipanano parallelamente, da uno schermo posto sul fondo del palcoscenico passano immagini di ciò che avviene nel retropalco dove il Regista cerca di istruire degli ominidi senza successo non sappiamo se alla comprensione o alla interpretazione del Prologo in cui si racconta di Caino che uccide suo fratello Abele: quasi un’odissea nello spazio e nel tempo, nella civiltà e nella sua fine che si consuma nell’eterna lotta fra rinnovamento e conservazione, fra un’idea di progresso e il suo contrario. Ma è anche un valore di affermazione della propria identità che – almeno così a me pare – coinvolge di più il Regista che non la Drammaturga, personaggi teatrali dell’oggi in cui Rifici e la sua collaboratrice Angela Demattè hanno raffigurato se stessi. Ma è al Regista che tocca l’ultima parola. In un’epoca in cui sono scomparsi i grandi maestri, convinto della necessità del proprio ruolo il Regista (e Rifici che si identifica con lui) crede necessario rifondare il proprio “esserci” e di questo processo sente tutta intera la responsabilità ma anche l’orgoglio.

Per quanto riguarda il mito noi sappiamo che Ifigenia non morirà, ma verrà salvata e portata altrove e in sua vece verrà sacrificato un capro. Il suo sacrifico era ingiusto: anche gli dei sbagliano, per non dire dei padri e delle madri. Da parte sua il Regista (lo interpreta fra dolcezza e durezza Tindaro Granata) per un attimo si sente un capro espiatorio, ma non lo accetta, altre sono le chiavi di cui dispone: tocca a lui cercare una strada nuova, un nuovo rapporto con lo spettatore. All’interno di questo doppio quando non triplo piano di rappresentazione – quello privato e quello teatrale ma anche quello dello spettatore –, questo spettacolo non facile ma affascinante, atemporale e multi temporale si snoda procedendo a tentoni con il desiderio neanche tanto nascosto di coinvolgere in questo processo anche il pubblico, interpolando il testo di Euripide non solo con i dialoghi fra Regista e Drammaturga (Mariangela Granelli vestita di nero che è un po’ la cattiva e la creativa coscienza del gruppo), ma anche con frammenti di Eraclito, Omero, Eschilo, Sofocle, Antico e Nuovo Testamento, Nietzsche, Girard, Fornari. Così l’affascinante e talvolta vaticinante Ifigenia, liberata ci conduce a una riflessione quanto mai contemporanea: ieri come oggi ogni religione, se praticata con fanatismo, porta con sé distruzione, guerre, delitti. Tocca alla fine al Regista tirare le fila di tutto mettendoci di fronte l’oggi o l’appena ieri: con le guerre dell’Isis, le ecatombi di bambini, i morti, le migliaia di profughi chiedendosi e chiedendoci se sia giusto uccidere in nome di una religione o per vendetta come per esempio fa Amleto: un epilogo coraggioso che inaspettato mette gli spettatori di fronte all’attualità.

In questo spettacolo (coprodotto dal Lac- Lugano in scena e dal Piccolo Teatro) una menzione speciale va al lavoro sugli e degli attori e qui oltre a quelli già citati si ricorda Anahi Traversi convincente Ifigenia prima paurosa poi vogliosa di un martirio che non ci sarà; Giorgia Senesi che è una Clitemnestra dalla volontà d’acciaio, che certo non potrà mai perdonare (come ben si sa) Agamennone al quale Edoardo Ribatto dà notevole spessore, il Calcante ma soprattutto l’uomo senza nome ai quali Giovanni Crippa offre la sua umanità e Igor Horvat (Odisseo), Vincenzo Giordano (Menelao), le Corifee Caterina Carpio e Francesca Porrini e le musiche di Zeno Gabaglio.

Visto al LAC di Lugano. Al Piccolo Teatro Strehler dal 27 aprile al 7 maggio 2017

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Ifigenia, liberata
ispirato ai testi di Eraclito, Omero, Eschilo, Sofocle, Euripide, Antico e Nuovo Testamento, Friedrich Nietzsche, René Girard, Giuseppe Fornari
progetto drammaturgia Angela Dematté e Carmelo Rifici
regia Carmelo Rifici
con (in ordine alfabetico) Caterina Carpio (Corifea/Ominide), Giovanni Crippa (Calcante/Vecchio/Platone), Zeno Gabaglio (musicista), Vincenzo Giordano (Menelao),Tindaro Granata (regista), Mariangela Granelli (drammaturga), Igor Horvat (Odisseo), Francesca Porrini (Corifea/Ominide), Edoardo Ribatto (Agamennone), Giorgia Senesi (Clitennestra), Anahì Traversi (Ifigenia)
scene Margherita Palli
costumi Margherita Baldoni
maschere Roberto Mestroni
musiche Zeno Gabaglio
disegno luci Jean-Luc Chanonat
progetto visivo Dimitrios Statiris
in video Maximilian Montorfano, Jacopo Montorfano e Agnese Chiodi
produzione LuganoInscena
in coproduzione con LAC Lugano Arte e Cultura, Piccolo Teatro di Milano-Teatro d’Europa e Azimut
in collaborazione con Spoleto Festival dei 2Mondi, Theater Chur
con il sostegno di Prohelvetia, Fondazione svizzera per la cultura

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