Sperimentale a chi?

Ho fatto, di recente, un esperimento del quale mi sembra opportuno dare notizia. Portare dei giovani a vedere certe creazioni della scena “contemporanea”, far loro conoscere i linguaggi del teatro che si fa oggi, piuttosto che indurli ad assistere a classici paludati, ai quali, se lo vorranno, avranno sempre tempo e modo di accostarsiRenato Palazzi


Ho fatto, di recente, un esperimento del quale mi sembra opportuno dare notizia. Avevo scritto tempo fa sul Sole 24 Ore che troverei più giusto, nell’iniziare al teatro dei giovani e giovanissimi, portarli a vedere certe creazioni della scena “contemporanea”, far loro conoscere i linguaggi del teatro che si fa oggi, piuttosto che indurli ad assistere a classici paludati, ai quali, se lo vorranno, avranno sempre tempo e modo di accostarsi: e avevo indicato, fra le proposte che mi parevano particolarmente adatte a un approccio trans-generazionale, i trascinanti lavori dell’Agrupación Señor Serrano, la compagnia catalana che racconta le sue storie usando pupazzetti, piccoli oggetti, modellini in scala ridotta ripresi in video e proiettati in diretta su grande schermo.

Ho quindi pensato, andando a Parma a seguire una creazione del gruppo, A house in Asia, ospite del Teatro delle Briciole, di portare con me due coppie di amici con figlie adolescenti, per verificarne le reazioni: mi accompagnavano dunque quattro adulti di varia cultura e professione, non certo introdotti alle pratiche del nuovo teatro, e quattro ragazze di età compresa fra i tredici e i diciotto anni. Sapevo che, se lo spettacolo non fosse piaciuto, li avrei scoraggiati per sempre dall’affrontare simili avventure. Invece hanno tutti apprezzato: i genitori mi hanno chiesto di informarli su altre, future produzioni degli stessi artisti, per andare a vederli ovunque siano. Le figlie sono state felicissime, e alquanto stupite – come è logico che sia – dal fatto che esista un teatro del genere e che nessuno glielo avesse mai fatto sapere.

Questo risultato, al di là della soddisfazione di avere avviato dei neofiti a un teatro che li coinvolga e li appaghi, conferma un’impressione che avevo già da tempo: che cioè certe esperienze europee da noi sbrigativamente etichettate nella categoria del teatro di ricerca – come appunto l’Agrupación Señor Serrano, come i Berlin o i Rimini Protokoll – di per sé non si collochino affatto nell’area della ricerca, non abbiano nulla di avanguardistico o sperimentale, ma siano solo le forme ormai consolidate di nuove tecniche di spettacolo in qualche modo parallele alle rappresentazioni tradizionali, e ormai approdate a una piena legittimazione e maturazione espressiva: tecniche di spettacolo con cui non si vuole spiazzare o provocare, ma attirare e incuriosire vaste fasce di pubblico, raccontare loro i fatti del mondo in un modo più inventivo e attuale, e tutto sommato anche solo sorprendere e spesso divertire.

In questo senso A house in Asia costituisce un caso esemplare, perché ricostruisce una vicenda cruciale della cronaca di questi anni, la ricerca e l’uccisione di Osama Bin Laden, in uno stile che è insieme assolutamente semplice ed estremamente complesso. La semplicità deriva ovviamente dal fatto di servirsi di strumenti elementari, quasi volutamente dozzinali quali dei soldatini di plastica che potrebbero essere comprati da qualunque cartolaio sotto casa, delle mini-scenografie ricavate dentro scatole di cartone, dei tablet accesi inseriti fra le loro pareti: sono risorse artigianali e in fondo povere, che dopo l’uso possono stare in due sole valigie, ma grazie all’effetto amplificato dalle immagini video acquistano una forza drammatica e uno spessore evocativo quali nessuna azione dal vivo potrebbe mai raggiungere.
La complessità dipende invece da una drammaturgia stratificata, piena di rimandi e molteplici chiavi di lettura: la caccia all’uomo scatenata dopo gli attentati dell’11 settembre – suggeriti all’inizio da un’impressionante sequenza aerea con gli occhi di un pilota che punta le Torri Gemelle – viene infatti equiparata alla schematica contrapposizione tra buoni e cattivi dei film western, cow-boy contro indiani, in una trasposizione metaforica avallata d’altronde dal nome in codice attribuito al fondatore di Al Quaeda, Geronimo: alle immagini di Anthony Quinn in veste di capo pellerossa si alternano quelle di Gregory Peck nei panni del capitano Achab – “doppio” simbolico del presidente degli Stati Uniti – al fanatico inseguimento di Moby Dick, una piccola balena bianca che, opportunamente inquadrata, diventa il corpo sanguinante di un gigantesco cetaceo.

Sbaglierebbe, comunque, chi pensasse soltanto a un mero sfoggio di atteggiamenti anti-americani. La critica politica – seppure ironica e spigliata – agli eccessi di una certa ideologia muscolare si stempera infatti in una riflessione sul cinema – citato anche in un geniale brano in cui Groucho Marx si confronta con la propria proiezione speculare – come emblema della dissoluzione e dell’inconsistenza della realtà: ciò che qui viene ricostruito – si svela alla fine – non è l’effettiva missione dei Navy Seals che abbattono Osama, ma il film girato sull’episodio da Katherine Bigelow, a sua volta raffigurata da un apposito pupazzetto con tanto di cinepresa, e i partecipanti alla spedizione non sono i veri “sceriffi” della super-potenza americana, bensì gli attori della Bigelow che discutono sulle differenze tra lavorare sul set o recitare in teatro.

La casa in Pakistan dove Osama è stato sorpreso si riflette nella identica casa ricostruita dalla CIA in una base militare del North Carolina, a fini di addestramento, e nella sua copia fedele riprodotta in Giordania per le riprese della pellicola. Matt Bissonette, il soldato che fisicamente ha sparato a “Geronimo”, nel firmare il libro di memorie al quale il film e lo spettacolo si sono ispirati ha usato lo pseudonimo di Mark Owen, che è un cantante dei Take That, diventando così non solo un’ombra destinata a scomparire nell’oblio della Storia, ma l’ombra di un’ombra, un’identità sfuggente, beffardamente condivisa con una figura che sembra il suo opposto. Persino i tre interpreti seduti in proscenio, e gli spettatori che affollano la platea, hanno i loro equivalenti artificiali nelle figurine di gesso assiepate in un teatrino su scala ridotta.

In questo labirintico gioco di specchi e di miraggi la vita vera, dopo un po’, si scontorna e si perde. L’unica realtà concreta, alla fine, è forse incarnata dai tre bravissimi performer, Alex Serrano, Pau Palacios e Alfredo Barberá, che dopo avere terminato lo spettacolo siedono tranquilli sul palco bevendo ostentatamente birra e chiacchierando fra loro mentre il pubblico sfila per vedere da vicino quella loro plancia del Risiko, quei loro paesaggini di compensato che, ripresi in primo piano, diventano terreno di cruente sparatorie, quel loro plastico di un piazzale urbano dove è parcheggiato il pick-up rosso in miniatura di Bissonette.

Visto al Teatro al Parco di Parma 

A House in Asia
creazione Àlex Serrano, Pau Palacios, Ferran Dordal
con Àlex Serrano, Alberto Barberá, Ferran Dordal
con la partecipazione di Marta Amabile, Laura Dondi, Helena Mannella, Flora Orciari, Francesca Siracusa
produzione e assistente regia Barbara Bloin
realizzazione video Jordi Soler
produzione GREC 2014 Festival de Barcelona, Hexagone Scène Nationale Arts et Sciences – Meylan, Festival TNT – Terrassa Noves Tendències, Monty Kultuurfaktorij, La Fabrique du Théâtre – Province de Hainaut

Un commento su “Sperimentale a chi?

  1. Sono uno degli spettatori trascinati da Palazzi. Confermo. Neanche Borges avrebbe saputo mettere tanti specchi incrociati pur narrando una storia di cui tutti conoscono le coordinate. Grandioso.
    Giancarlo

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