The juniper tree

Se ancora pensate che le fiabe siano un innocuo intrattenimento infantile, andate a vedere questo delizioso spettacolo che Elena Russo Arman ha ricavato da una truce storia dei fratelli Grimm. Una scrittura apparentemente semplice ma ricca di suggestioni e scandita da una musicalità ossessiva intrecciata con costanti richiami all’oggi è pervasa da un’aguzza tensione visionaria che sembra animare di per sé una realtà scenica sospesa tra figure in carne e ossa e presenze variamente fantasmaticheRenato Palazzi


Se ancora pensate che le fiabe siano un innocuo intrattenimento infantile, andate a vedere The juniper tree, il delizioso spettacolo in scena all’Elfo Puccini di Milano, che Elena Russo Arman ha ricavato da una truce storia dei fratelli Grimm: fra teste mozzate, sinistri manichini di cera iper-realisti, alberi rinsecchiti dalle mostruose fattezze antropomorfe, protesi su lugubri pietre tombali, l’attrice-regista sembra fare concorrenza al collega Ferdinando Bruni, che in un’altra sala dello stesso teatro evoca i cupi scenari dei racconti e dei versi di Edgar Alla Poe. E non è affatto escluso che le morbose fantasie dei due autori e studiosi tedeschi, alla lunga, la vincano sulle tetre atmosfere del grande scrittore americano.

In effetti The juniper tree, la fiaba scelta dalla Russo Arman per questa sua divertente e inquietante messinscena, si presenta come un piccolo catalogo di orrori. C’è una donna che, dopo avere tanto desiderato un figlio, muore di gioia nel momento di metterlo al mondo, e viene sepolta sotto la pianta di ginepro davanti a casa. C’è il bambino perseguitato dalla matrigna, che – per puro odio – arriva a decapitarlo calandogli sul collo il pesante coperchio di una cassa, e poi ne usa le carni per preparare lo stufato al marito, che se ne ciba avidamente. Ci sono gli ossicini del piccolo defunto che, nascosti dalla sorella sotto l’albero di ginepro, ne fanno nascere un uccellino che canta una lugubre canzone: «la mia mamma mi ha ammazzato e mio padre mi ha mangiato…». E così via, fino a un finale non si sa quanto riparatorio.

La Russo Arman affronta la vicenda con la dovuta ironia e leggerezza, ma senza risparmiarsi sui dettagli macabri, come la manina sanguinolenta del bambino che affiora dal pentolone dove cuoce lo stufato. La crudele matrigna è interpretata da un attore di sesso maschile, Lorenzo Fontana, che aggiunge al tutto un ulteriore tocco lividamente grottesco. Il padre è un automa a mezzo busto rinchiuso in una teca da baraccone del luna park, una sorta di totem del solenne genitore d’altri tempi, austero e barbuto, che parla una lingua inarticolata e del tutto priva di senso. La figlia, la giovane Maria Caggianelli Villani, nei convincenti panni di una dodicenne, ogni volta che si siede assume le pose plastiche delle languide adolescenti di Balthus.

Con grande intelligenza teatrale, l’attrice si riserva solo la breve parte della madre destinata presto a scomparire. Per il resto si occupa di dare vita ai pupazzi da lei stessa abilmente costruiti, l’orefice, il calzolaio issati sui loro banchi di lavoro come gli artigiani di un mostruoso presepe meccanico, il lugubre uccellino fantasma fissato in cima a un bastone, al cui canto struggente presta anche, intensamente, la sua voce, e soprattutto il fantoccio del bambino ucciso, che lei, vestita di nero da capo a piedi, con un velo nero a coprirle i lineamenti, muove “a vista” come una marionetta del teatro bunraku. Ed è davvero sorprendente la maestria con la quale manovra quella creatura artificiale, diventando tutt’uno con essa, facendone una specie di prolungamento del suo corpo.

L’efficacia di questa trovata non deriva solo dall’impeccabile qualità dell’esecuzione tecnica, dietro la quale si avverte un grande lavoro di preparazione, ma risponde anche a un’intima esigenza drammaturgica, rivela un risvolto sottilmente allusivo che le infonde ulteriori risonanze spettrali: il fatto che sia la stessa interprete a incarnare dapprima la tormentata madre, e poi a far agire quel figlio tanto voluto da costei proietta sul loro legame una vaga consistenza ultra-terrena, come se la defunta tornasse effettivamente dall’aldilà a guidare i gesti del suo bambino, come se continuasse a esistere in lui così come lui continuerà a esistere nell’uccellino, in una serie di enigmatici sconfinamenti tra vita e morte.

In questo senso, la scelta stessa del testo non appare affatto casuale, perché la fiaba dei Grimm, al di là di una scrittura apparentemente semplice, scarna, ma ricca di suggestioni e scandita da una sorta di musicalità ossessiva, nonostante si intrecci con costanti richiami all’oggi, è pervasa da un’ aguzza tensione visionaria che sembra animare di per sé quella realtà scenica sospesa tra figure in carne e ossa e presenze variamente fantasmatiche. Queste trama di magie e di eventi prodigiosi non manca di suscitare qualche piccolo brivido: e tuttavia la vera minaccia viene pur sempre dal caro, vecchio inferno delle relazioni famigliari, coi loro eccessi, con le loro ottuse sopraffazioni, coi loro sentimenti immancabilmente esasperati.

Visto all’Elfo Puccini di Milano. Repliche fino al 21 maggio

The juniper tree
dai fratelli Grimm
adattamento e regia: Elena Russo Arman
musiche originali: Alessandra Novaga
scene e pupazzi: Elena Russo Arman e Saverio Assumma
automi: Nando Frigerio
luci: Michele Ceglia
on: Lorenzo Fontana, Maria Caggianelli Villani, Elena Russo Arman
sede: Milano, Teatro Elfo Puccini, fino al 21 maggio

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