I ragazzi del cavalcavia

Il lavoro di Industria indipendente parte da un tragico fatto di cronaca di alcuni anni fa per tratteggiare una quotidianità che non ci piace, che ci fa paura, ma che sappiamo esistere negli anfratti della nostra societàRenato Palazzi


Industria indipendente è un collettivo romano piuttosto apprezzato nella capitale, e posso capirne la ragione: ho visto finora tre suoi spettacoli molto diversi l’uno dall’altro, Lullaby, un apologo visionario su un gruppo di anziani del futuro che si ribellano a un centro di benessere forzato; Lucifer, una variazione sul mito della creazione, dalla forte impronta fisica e coreografica, e I ragazzi del cavalcavia, uno spaccato di costume dal taglio a tratti quasi brechtiano. Non ho mai avuto, però, l’impressione di trovarmi di fronte a una serie di tentativi casuali, alla ricerca di una fisionomia non ancora definita, ma che essi rientrassero in un percorso di maturazione comunque consapevole, serio, motivato.

I ragazzi del cavalcavia, che risale a un paio d’anni fa, l’ho visto di recente al festival milanese Tramedautore – che sotto la nuova direzione artistica di Benedetto Sicca si è aperto ad altre esperienze e altri linguaggi – ma non mi è parso affatto datato, e mi ha anzi fornito delle utili chiavi di lettura per inquadrare meglio la personalità delle autrici, Erika Z. Galli e Martina Ruggeri: le due partono da un atroce fatto di cronaca di qualche anno fa, il lancio di sassi da un cavalcavia di Tortona che ha ucciso, il 26 dicembre del ’96, una giovane donna in viaggio in autostrada col marito. Ne partono o vi arrivano, giacché il tragico episodio è visto come l’esito, quasi fatale, di un ambiente, di un contesto, di un retaggio famigliare.

Nel testo, quel gesto omicida perpetrato quasi per sport incombe fin dall’inizio, ma resta in sospeso, suggerito in modo puramente allusivo. Le autrici badano piuttosto a una puntigliosa raffigurazione dei cinque protagonisti, i quattro fratelli F. – che nella realtà erano i tre fratelli Furlan – e un cugino che qui diventa lo zio Tex. La drammaturgia mette a fuoco i singoli caratteri di ciascuno, Maschio, il più giovane, rozzamente iniziato all’età adulta, Tacco, un ex-aspirante calciatore divenuto tossicodipendente, Ruvido, forse il più nevrotico e ansioso, e Rock, ideale capobranco. Ma ciò che ne esce è soprattutto l’affresco di un grigio mondo di provincia.

Le loro usanze primordiali – espresse frontalmente, nello spazio nudo della scena, in un dialetto che ammicca impropriamente alle cadenze venete, ma che risulta comunque brutalmente efficace – sono scandite da ottusi rituali di addestramento fisico, probabilmente mutuati dai film di Rocky. Il tempo libero, dopo l’orario di lavoro, è un alienante deserto che viene riempito con un vacuo girovagare per bar e discoteche. L’immagine della donna è oscenamente ridotta a un’entità dotata di tre buchi, come le bocce di quel bowling che offre un altro precario antidoto alla noia, così come il tifo calcistico, che si traduce unicamente in fanatismo da ultrà, in beceri cori da curva.

Vi potrebbe essere, in questa costruzione, il rischio di cadere nel cliché, ma la Galli e la Ruggeri lo evitano imprimendo al tutto un andamento inesorabilmente consequenziale e per così dire senza scampo: la loro scrittura, sempre lucida e misurata, resta agganciata a una quotidianità che non ci piace, che ci fa paura, ma che sappiamo esistere negli anfratti della nostra società. Non credo si siano direttamente ispirate ai veri personaggi della vicenda, ma ne hanno proposto uno specchio assolutamente credibile. E i cinque attori, Alberto Alemanno, Maziar Firouzi, Francesco La Mantia, Daniele Pilli, Michael Schermi conferiscono a queste figure una corposità per certi aspetti trascinante.

Curiosamente, dicono cose terribili, permeate di violenza, improntate a un maschilismo ripugnante, ma suscitano anche involontari moti di comprensione, quasi di oscura empatia. La peculiarità del testo è appunto nel fatto che essi non vengono dipinti come mostri, non vengono giudicati ma colti con una specie di ambigua attenzione antropologica, figli infelici di una sottocultura, di una visione degradata della vita: come dimostra l’agghiacciante rappresentazione del giorno di Natale, il loro atto finale, per quanto efferato, è anche il frutto di una solitudine, di un’insanabile desolazione esistenziale.

Visto a Milano, al Piccolo Teatro Grassi di Milano, nell’ambito di Tramedautore

I ragazzi del cavalcavia
testo e regia Erika Z. Galli e Martina Ruggeri
con Alberto Alemanno, Maziar Firouzi, Francesco La Mantia, Woody Neri, Daniele Pilli
disegno luci Gigi Martinucci
musiche originali Diego Buongiorno
costumi Livia Fulvio
assistente alla regia Elvira Berarducci
produzione Industria Indipendente
in collaborazione con Carrozzerie N.O.T. e Area 06
testo inserito e promosso nell’ambito del progetto Fabulamundi Playwriting Europe
premio giuria popolare Dante Cappelletti 2015

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