Stiffelio a Parma: quando le corna altrui diventano un evento

Dopo l’ottima edizione di Jerusalem, il Festival Verdi di Parma ha centrato nuovamente il segno con Stiffelio, proposto in un allestimento completamente all’opposto per stile e che giustamente ha fatto parlare di sé, sfiorando i contorni dell’evento Davide Annachini

Dopo l’ottima edizione di Jerusalem, il Festival Verdi di Parma ha centrato nuovamente il segno con Stiffelio, proposto in un allestimento completamente all’opposto per stile e che giustamente ha fatto parlare di sé, sfiorando i contorni dell’evento.

Di sicuro il fatto di scegliere una sede assolutamente fuori dal comune come lo strepitoso Teatro Farnese – tra i più antichi d’Italia e dalle meravigliose architetture lignee dell’imponente boccascena e dei vari ordini di serliane – rappresentava già di per sé un evento, quale cornice destinata ad ospitare una messinscena unica nel suo genere. L’idea poi di affidare la regia a Graham Vick, che in questa occasione è sembrato recuperare una freschezza non sempre presente nei suoi spettacoli degli ultimi anni, è risultata vincente nel creare un’operazione totale di teatro. Riportando alla memoria spettacoli che hanno lasciato un segno per la loro atipicità, come l’Orlando furioso di Ronconi o il Simon Boccanegra di Cobelli, Vick ha infatti pensato ad una regia in cui il pubblico diventasse protagonista, per il fatto di collocarsi in piedi nella platea e di spostarsi liberamente ai bordi delle pedane trasformabili su cui agivano i cantanti. Zero costumi, zero scene, o quantomeno solo qualche elemento di arredo palesemente Ikea e jeans-magliette portate apparentemente da casa. Detto questo, raramente si è vissuto un impatto altrettanto coinvolgente ed emozionante in uno spettacolo d’opera, nel trovarsi a stretto contatto con gli interpreti, i coristi e i figuranti, mescolati e improvvisamente emergenti tra gli spettatori.

In particolare in un’opera come Stiffelio – in cui Verdi nel 1850 aveva avuto il coraggio di parlare di adulterio, riferito addirittura alla moglie di un sacerdote protestante, e persino di divorzio (non a caso proprio all’epoca della sua chiacchieratissima convivenza con la Strepponi, bollata dalla piccola mentalità bussetana come esempio di donna perduta) – la tensione dei dialoghi e gli scontri fisici, tratteggiati senza tanti complimenti ma con una forza teatrale impressionante, hanno trovato modo in questa regia di amplificare la loro violenza, mettendo lo spettatore nei panni di ascoltatore e voyeur involontario delle tragedie familiari altrui. Dal privato di Stiffelio – predicatore di intransigente ottusità nell’evitare qualsiasi spiegazione di discolpa dalla moglie, al punto da costringerla a confessare le sue colpe al sacerdote e non al marito in un duetto di sconvolgente modernità – Vick ha poi amplificato il tema del tabù morale ai giorni d’oggi, in una sorta di scontro corale tra benpensanti ed esponenti delle coppie di fatto, che protestavano con striscioni dalle gradinate della cavea o si abbandonavano a effusioni omosessuali tra il pubblico.

Una regia, com’è intuibile, che poteva far discutere come entusiasmare ma di certo non lasciare indifferenti e che alla fine – a dispetto degli scettici – ha servito perfettamente non solo il libretto di Piave ma soprattutto la musica di Verdi, esaltata in questo stretto contatto sonoro in tutta la sua potenza, urgente e travolgente. Dopo aver familiarizzato con un impatto acustico singolare ma reso vibrante dall’enorme cassa armonica di legno del Teatro Farnese, si sono potute apprezzare le ottime prestazioni dell’Orchestra e del Coro del Teatro Comunale di Bologna, sotto la direzione attenta e incalzante di Guillermo Garcia Calvo, insieme a quelle di un cast forse non stellare ma in cui le sorprese non sono di certo mancate. E così si è potuta ascoltare una vocalità tenorile solida e luminosa come quella di Luciano Ganci, uno Stiffelio austero e al tempo stesso passionale, in grado di sostenere una parte tesissima e declamatoria (già in odore di Otello) con una franchezza e una generosità ammirevoli, mentre d’altro lato quella debordante e impetuosa del soprano messicano Maria Katzarava, una Lina tutta fuoco e dramma, è stata una rivelazione da non perdere assolutamente di vista. Come da tenere d’occhio è un giovane tenore di bel timbro, fraseggio e impostazione come Giovanni Sala, qui nel ruolo dell’insidioso seduttore Raffaele che troverà morte per mano di Stankar – interpretato da un intenso e incisivo Francesco Landolfi – padre dell’incolpevole Lina, trasportata da Vick e dallo scenografo-costumista Mauro Tinti all’innocenza della sua infanzia, tra bambole e trapuntine rosa alla Walt Disney.

Partecipazione appassionata e successo trionfale da parte di un pubblico intrigato e complice. Assolutamente da rivedere.

Visto il 21 ottobre al Teatro Farnese di Parma

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STIFFELIO
Melodramma in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave, dal dramma Le Pasteur, ou l’Évangile et le Foyer di Émile Souvestre ed Eugène Bourgeois
Musica di GIUSEPPE VERDI
Edizione critica a cura di Kathleen Kuzmick Hansell, The University of Chicago Press, Chicago e Casa Ricordi, Milano

Stiffelio, ministro assasveriano, LUCIANO GANCI
Lina, sua moglie, MARIA KATZARAVA
Stankar, conte dell’Impero, FRANCESCO LANDOLFI
Raffaele, nobile di Leuthold, GIOVANNI SALA
Jorg, vecchio ministro, EMANUELE CORDARO
Federico di Frengel, cugino di Lina, BLAGOJ NACOSKI
Dorotea, cugina di Lina, CECILIA BERNINI

Maestro concertatore e direttore, GUILLERMO GARCIA CALVO
Regia, GRAHAM VICK
Scene e Costumi, MAURO TINTI
Luci GIUSEPPE DI IORIO
Movimenti coreografici, RONALD HOWELL
Maestro del coro ANDREA FAIDUTTI
ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA
Nuovo allestimento del Teatro Regio di Parma in coproduzione con Fondazione Teatro Comunale di Bologna

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