Danzare il proprio genoma. La ricerca estrema di Wayne McGregor

Il coreografo britannico torna in Italia, a pochi giorni dal debutto londinese, con suo ultimo lavoro coreografico. Che traduce il proprio DNA in un flusso inarrestabile di invenzione coreografica Silvia Poletti

Wayne McGregor, oggi quarantasettenne Comandante dell’Impero Britannico a guida della eponima Dance Company (già Random), nonché coreografo principale del Royal Ballet, è una delle punte di diamante della generazione di coreografi britannici emersi all’inizio del Nuovo Millennio.

Eclettico e multitasking, McGregor si colloca idealmente in quella corrente che dai coreografi ispirati dalle teorie di Laban, al postmodern di Cunningham ( che ‘guarda’ solo in teoria) via i rivoluzionari postmoderni della Judson Church, si concentra sul radicale ripensamento del movimento. E infatti ne fonde e rielabora i fondamenti, ora attingendo alle antiche tecniche ora esplorando nuove modalità. Così dalla sua inventiva, sollecitata anche dalla sfida di applicare le leggi delle neuroscienze, esce una danza frutto di un poderoso distillato concettuale, di straordinario impatto visivo e di una invenzione dinamica che sposta ogni volta i limiti della ricerca.

Fino a quelli davvero estremi da cui nasce Autobiography. Qui infatti la curiosità di Wayne, affascinato dai processi cognitivi con i quali il nostro corpo memorizza non solo frasi di movimento, ma tramanda probabilmente eredità culturali e modalità gestuali, l’ha portato ad attingere al sé più intimo. McGregor è partito infatti dal suo genoma: e ai ventitré cromosomi/capitoli da cui è composto questo scrigno del DNA ha idealmente assegnato altrettanti frammenti della sua personalissima biografia (ricordi, immagini, eventi, sensazioni, incontri). I quali sono stati tradotti in sequenze coreografiche, che subiscono un numero infinitesimale di combinazioni quante quelle  subite dai genomi nel microcosmo cellulare (oltre 24.000), per ribadire nel vorticare delle loro infinite coniugazioni l’unicità di un  individuo.

E cosi avviene, spettacolo dopo spettacolo, anche in Autobiography: le sequenze danzate seguono le decisioni dell’algoritmo che prima di andare in scena sceglie in che combinazione le parti di codice genetico/coreografico saranno eseguite. Un’aleatorietà che ricorda le chance operations di Merce Cunningham, ma, attenzione, solo per il meccanismo ‘combinatorio’.

Comunque il tutto è molto più complicato a dirsi che a vedersi. In scena – noi abbiamo visto il debutto italiano al Teatro Sociale di Trento (ma Autobiography è stasera al Teatro Grande di Brescia e domenica 5 al Comunale di Ferrara ) – le sequenze scivolano quasi senza soluzione di continuità, incastonate in una scena perlacea, su cui sovrasta una struttura di elementi piramidali – che abbassandosi di tanto in tanto taglia la scena e la delimita – illuminata magistralmente dal fondamentale disegno di Lucy Carter. Si tratta, di fatto, di una continua, avvolgente ondata di invenzione coreografica, di vera e propria costruzione di architetture dinamiche nello spazio, di sviluppo virtuosistico di una sintassi di danza che ha un respiro grande e vitale, in cui ogni legato è il risultato di assimilazione e editing di ogni influenza coreografica possibile.

I dieci straordinari danzatori multietnici, in semplici costumi dai colori basici (particolarmente carismatici sono gli uomini) sono in questo senso abbaglianti. Fin dal solo di apertura (con l’ultima sequenza l’unico elemento fisso della partitura)in cui il flusso morbido, voluttuoso ma allo stesso tempo guizzante di energia orchestra sinfonicamente il movimento del fascinoso solista, dalla testa al busto alle gambe  in una sorta di eterna sinusoide umana.

La danza di McGregor, se Dio vuole, è dinamica: lo spazio è dominato dalle traiettorie che alternano velocità e lentezza, sospendono il flusso, guizzano gli attacchi. Pian piano si indovina però una drammaturgia emozionale: in una sequenza un duetto contrapposto ad un ensemble ci suggerisce un rapporto maestro/discepolo, padre/figlio, chissà: uno sostiene e guida l’altro, ne dirige i movimenti e li indirizza verso gli altri; in un altro una coppia si esplora, si insinua l’uno nell’altra e si odora con curiosità istintiva, mentre la bella partitura elettronica di Jlin fa qui sgorgare suoni naturali.

Il flusso delle sequenze – appunto casuale – ci ha concesso soprattutto una lunga prima parte strepitosamente abbagliante per intelligenza compositiva, visione teatrale, bravura degli interpreti. Talmente tanto che il rischio di sentirsi sopraffatti può essere dietro l’angolo: ma è un peccato veniale, dato che Autobiography è così stimolante, a tratti sorprendente per inventiva, a tratti sommessamente emozionante che si passa sopra al senso di vertigine che a lungo andare  può causare.

Autobiography
i
deazione direzione e coreografia Wayne McGregor
con il contributo dei danzatori della Wayne McGregor Company
musica originale Jlin
disegno luci Lucy Carter

Visto a Trento, Teatro Sociale, il 31 ottobre 2017. Altre date: stasera Teatro Grande di Brescia; domenica 5 novembre Teatro Comunale di Ferrara.  Foto Richard Davies

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