La nostra violenza e la vostra violenza

Non si capisce neppure se la pièce del regista croato Oliver Frljić vista a Milano sia uno spettacolo in senso stretto. Certo non è fatto per consentire un equilibrato giudizio storico, ma per ribadire la capacità di certo teatro di oggi di aggredire direttamente la materia, di turbare, di scioccare, di farti tornare a casa sgomento e ammutolitoRenato Palazzi

Non so se La nostra violenza e la vostra violenza del regista croato Oliver Frljić, presentato da Zona K. al TeatroLaCucina di Milano, possa essere valutato in termini di mera qualità artistica. Non so neppure se sia da ritenere uno spettacolo in senso stretto, e non piuttosto una pura bomba ideologica disposta sotto la poltrona dello spettatore. Il suo andamento è improntato a una frontalità assoluta, adatta solo a trasmettere la violenza dei contenuti. Non manca un’elementare struttura drammaturgica, che passa da immagini durissime a incongrui balletti, ma senza alcuna finalità estetica. Serve solo a turbare le coscienze occidentali: e infatti ovunque è stato proposto, specialmente nei Paesi dell’Est, è stato oggetto di contestazioni, proteste e denunce.

Come si potrebbe definire La nostra violenza e la vostra violenza? Come un tentativo di giustificare gli attentati terroristici? Non è questo l’intento, e pensarlo sarebbe fuorviante. Come uno sforzo di ribaltare l’atroce calcolo tra vittime e carnefici nel rapporto fra le due civiltà? È un’ipotesi certamente più attendibile, ma per certi versi piuttosto parziale. Si tratta, semmai, di un feroce attacco all’orgoglio democratico e libertario della cultura occidentale, di uno spietato monito al compiacimento di un’evoluzione coltivata però sulla miseria e sulle sofferenze di interi popoli, respinti per giunta quando arrivano da noi in cerca di riscatto.

Va chiarito che gli attori – o per meglio dire meglio i partecipanti alla performance – non sono profughi abbandonati a se stessi. Di origine islamica, specialmente siriana – ma c’è anche un ebreo – sono tutti immigrati di seconda generazione, integratissimi e figli di genitori integrati. Questo moto di rifiuto risale dunque dal cuore inquieto dell’Europa stessa: e infatti, dopo una scena in cui varie coppie danzano nude, i corpi tatuati con caratteri arabi, uomini e donne, uomini e uomini, donne e donne, come in un sogno di tolleranza, uno di loro chiede un minuto di silenzio per le vittime di attentati in Francia, Belgio, Germania. Poi, con brusco effetto di spiazzamento, chiede un minuto di silenzio per «i quattro milioni di persone che noi europei e gli americani abbiamo ammazzato in Afghanista, Iraq e Siria dagli anni Novanta».

Tutto il testo è composto di apodittiche grida d’allarme contro la cecità e l’ipocrisia del nostro sistema di valori: «Non dovete fare niente. Sedete e basta. Non dovete fare niente. La vostra colpa sta nel fatto che siete i cittadini Europei. Il vostro standard di vita significa la morte della gente nel Medio Oriente. Vi lamentate del prezzo del carburante e non vi è venuto in mente quanta gente deve morire per avere il prezzo del petrolio accettabile in Europa», dice uno di loro, Jerko. «Vi auguriamo più attacchi terroristici per farvi capire, anche solo per un attimo, come stanno quelli oppressi e sfruttati da secoli. Finché negli attacchi terroristici in Europa non verranno uccisi almeno 4 milioni di persone, la cifra che abbiamo ammazzato noi dagli anni Novanta fino oggi, non abbiamo niente da discutere. Finché non moriranno almeno 4 milioni non vi è possibile alcuna pace».

Tra i passaggi più impressionanti c’è la rabbiosa invettiva contro il pubblico teatrale: «Mentre voi siete seduti e guardate questo spettacolo, in mille stanno morendo. La loro morte rappresenta per voi un’esperienza estetica, la parte dell’offerta culturale che vi stiamo trasmettendo a teatro. Mentre siete seduti qui guardando lo spettacolo e siete occupati con la questione della bellezza e noia, c’è qualcun altro occupato con le bombe con le quali l’Europa gli sta uccidendo i propri cari. Mentre voi ragionate come arrivare a teatro, c’è un altro che ragiona come arrivare in Europa. Il petrolio siriano può attraversare i confini dell’Europa. I siriani no».

Eppure, in questo crescendo di furore, non pare esserci un tentativo di chiamarsi fuori, di osservare questa catastrofe epocale dall’esterno o da lontano: ambiguamente, trasversalmente, queste figure in tuta arancione che non arrivano mai a essere dei veri personaggi suggeriscono insieme il marchio di una secolare esclusione e l’accenno di una condivisione di responsabilità collettive. «Europa, mi vergogno del tuo nome perché è anche il mio nome – afferma esplicitamente un altro di loro, Blaž – Mi vergogno degli Europei che non invadono le sedi dei loro governi fascisti e richiedono i diritti umani, ma vanno piuttosto a teatro. Mi vergogno dell’aiuto umanitario con il quale vogliamo pulirci la nostra coscienza sporca».

Ho trovato invece più debole il breve monologo finale della donna malinconica che rimpiange l’illustre passato, «Una volta, tanto tempo fa, avevamo raggiunto così tanto – nella scienza, matematica, medicina e filosofia. Per secoli eravamo molto più avanti dell’Occidente. Eravamo la civiltà più sviluppata al mondo. Adesso siamo rimasti indietro. Adesso non possiamo neanche combattere senza le armi prodotte dal nostro nemico». C’è un sapore nostalgico, in queste recriminazioni, che mi sembra contrastare col tono perentorio impresso al tutto. E non sono certo che le vie dello sviluppo e della decadenza possano essere fatte risalire soltanto a fattori esterni o altrui interventi, in questo caso – par di capire – ai danni del colonialismo».

Nel costante scarto tra respingimenti di rifugiati e sinistri sgozzamenti di vittime inermi si insinua un embrione di dialettica, ma certo molto limitata, perché il punto di vista prevalente è quello dell’acre rivalsa. C’è però una sorprendente presa di posizione del grande regista lettone Alvis Hermanis, che ha rifiutato di allestire uno spettacolo ad Amburgo temendo per la sicurezza dei propri sette figli, e si è dichiarato convinto che non vada escluso un legame tra la politica tedesca dell’accoglienza e le azioni terroristiche. «Potete davvero pensare – ha sostenuto – che 40 milioni di polacchi siano tutti nazisti e razzisti?».

Fra tante dichiarazioni trucemente aggressive, non mancano un paio di situazioni di inaudita crudezza, come la tortura inflitta al rifugiato siriano costretto a bere alcol e a masticare una testa cruda di maiale, o il Cristo che discende da una croce di taniche di petrolio per stuprare una donna araba: un’immagine tanto sfacciatamente e scopertamente provocatoria da risultare quasi facile e scontata. Tutto il lavoro, d’altronde, risente di una voluta mancanza di sfumature, di un’evidente rinuncia a qualunque distanza prospettica. Non è fatto per consentire un equilibrato giudizio storico, ma per ribadire la capacità di certo teatro di oggi di aggredire direttamente la materia, di turbare, di scioccare, di farti tornare a casa sgomento e ammutolito.

Visto al Teatro La Cucina di Milano

La nostra violenza e la vostra violenza
Regia e selezione musicale: Oliver Frljić
Con: Barbara Babačić, Daša Doberšek, Uroš Kaurin, Dean Krivačić, Jerko Marčić, Nika Mišković, Draga Potočnjak, Matej Recer, Blaž Šef
Drammaturgia: Marin Blažević
Scenografia: Igor Pauška
Costumi: Sandra Dekanić
Luci: Dalibor Fugošić e David Cvelbar
Consulenza artistica: Aenne Quiñones
Assistente alla regia: Barbara Babačić
Sound design: Silvo Zupančič
Manager di produzione: Hannes Frey.
Produzione: HAU Hebbel am Ufer, Berlin
Co-produzione: Slovensko mladinsko gledališče, Ljubljana, Wiener Festwochen, Zürcher Theaterspektakel, Kunstfest Weimar, Hrvatsko narodno kazalište Ivana pl. Zajca, Rijeka; Regional co-producer: MESS Sarajevo; Finanziamento: German Federal Cultural Foundation.
Traduzione in Italiano: Živa Brecelj

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